Cronaca
Il Caso •
Il profilo di chi avrebbe “hackerato” il telefono del pm che ha insultato Meloni indica un solo sospettato
Non c’è un movente chiaro. Ma l'identikit del ricercato non è quello di un hacker normale: si cerca un esperto di diritto, informato sul dibattito italiano e con accesso allo smartphone del magistrato. Sembra quasi lui
21 OTT 26

Il pm Alessandro Di Cicco ha presentato una formale denuncia, si ipotizza per accesso abusivo a un sistema informatico (reato punito con reclusione fino a tre anni), per il post contro la presidente del Consiglio apparso sul suo profilo Facebook: “La nana borgatara non ha tempo per firmare un decreto. Ci penserà un commissario ad acta! Povera Italia”, c’era scritto. Il riferimento era al rifiuto, espresso da Giorgia Meloni, di firmare un Dpcm dal costo di circa un miliardo di euro, come correttamente anticipato dal Sole 24 Ore, per aumentare gli stipendi dei magistrati in attuazione di due sentenze del Consiglio di stato. Il magistrato in servizio alla procura di Roma, intervistato dal Corriere della sera, ha aggiunto qualche dettaglio sul fattaccio contenuto nella denuncia: “Ero a cena con amici e avevo lasciato il telefono in macchina. Quando sono andato a riprenderlo ho trovato diverse notifiche. A quel punto ho cancellato il post. Non sono stato io a scriverlo – ha detto il sostituto procuratore – ero in viaggio e quando mi sono accorto di quanto successo, e cioè che qualcuno aveva scritto sul mio profilo, l’ho rimosso subito”.
Questa denuncia presto finirà sul tavolo della procura di Perugia, che ha competenza territoriale per ciò che riguarda i magistrati di Roma.
Quindi si può ricostruire, sulla base delle dichiarazioni del pm Di Cicco, lo scenario su cui dovrà indagare il suo collega pm perugino. Il fatto che il telefono di Di Cicco sia stato lasciato chiuso in macchina esclude dal novero delle ipotesi che qualcuno abbia fisicamente utilizzato il suo smartphone al posto suo. Una vicenda analoga accadde a un magistrato contabile, Tommaso Miele, all’epoca presidente della Corte dei Conti del Lazio: il suo profilo Twitter era pieno di insulti all’allora premier Matteo Renzi e, dopo che il Foglio denunciò la vicenda (facendo tramontare la sua ormai imminente nomina a presidente della Corte dei Conti), il dottor Miele si giustificò dicendo: “Non è stato un hacker. Lasciavo l’iPad sempre in giro e qualcuno ha usato il mio profilo per attaccare Renzi. Io l’ho sempre stimato”.
Se Di Cicco avesse portato con sé il telefono a tavola, si sarebbe potuto ipotizzare anche uno scherzo goliardico da parte di un amico o collega mentre il pm aveva lasciato incustodito lo smartphone, magari per andare in bagno. E invece no. Il telefono era in macchina. Né il pm ha denunciato segni di effrazione sulla sua vettura che potessero far ipotizzare l’intervento di un ladro che si fosse momentaneamente impossessato del telefono di Di Cicco giusto il tempo di scrivere un post contro Giorgia Meloni per poi riporlo al suo posto. Niente di tutto ciò.
L’intrusione è stata per forza di cose informatica. Quindi deve esser andata così. Un hacker molto abile, capace di scoprire nel dark web la password del magistrato, è entrato nel suo account Facebook e ha scritto quel post. Il profilo non è quello di un hacker normale. Non ha usato l’account del pm, come accade di solito in questi casi, per chiedere denaro ai suoi contatti (“Mi hanno rubato il portafoglio, sono senza soldi all’estero, contattami in privato per aiutarmi a tornare...”). Né ha usato il furto dell’identità digitale del pm per ricattarlo: “Mandami mezzo bitcoin, altrimenti diffondo i tuoi dati personali e le tue comunicazioni private”. Niente di tutto questo.
E’ un hacker anomalo. Si tratta di una persona a conoscenza delle sentenze del Consiglio di stato sugli stipendi dei magistrati, informata sul dibattito politico italiano tanto da sapere che la presidente del Consiglio si rifiuta di firmare il Dpcm per dare esecuzione al provvedimento, ma anche esperta di diritto amministrativo tanto da sapere che il diniego della premier produrrebbe comunque l’intervento di un “commissario ad acta”. Per giunta questo hacker, dopo essere entrato nell’account del pm Di Cicco e aver vergato il post incriminato, se n’è uscito senza modificare la password, lasciando così alla presunta vittima la possibilità di cancellare il post al termine della cena con gli amici.
Non c’è un movente chiaro. Il profilo del ricercato è quello di un giurista. Le uniche tracce digitali sembrano essere le impronte di Di Cicco sul suo telefono. La cerchia dei sospettati si riduce a un numero ristrettissimo di persone molto vicino a uno. Se il pm perugino che dovrà occuparsi del caso si dovesse mostrare poco incline a credere all’incredibile versione contenuta nella denuncia del collega Di Cicco, il rischio è che dall’art. 615 ter del codice penale (“Accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico”) si passerà a indagare sulla base dell’art. 367: simulazione di reato.
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Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali
