Cronaca
Il caso •
Ranucci: il marchese del Report
“Perché io so’ io...”. Il doppio standard dell'ex direttore della trasmissione Rai su Presutti, Piervincenzi, Lavitola e Gomes

Per discutere del caso Ranucci-Report, dei torti e delle ragioni, bisogna prima definire quale metro si usa per misurarli. Se quello che Ranucci usa per gli altri o se, invece, quello che usa per se stesso. E invece questa storia, che da giudiziaria è diventata giornalistica e politica, è l’esempio dell’applicazione continua di un doppio standard. Prendiamo, ad esempio, il tema dei compensi. Da un lato i giornalisti di Report e dall’altro Daniele Piervincenzi, il giornalista scelto dalla Rai come nuovo conduttore di Report. Quando il Tempo ha pubblicato le retribuzioni degli inviati di Report, Ranucci ha gridato allo scandalo.
I numeri veri pubblicati dal Tempo sono stati definiti da Ranucci e dagli interessati “una campagna di diffamazione contro i giornalisti” con “cifre false” perché i 2-300 mila euro annui percepiti dagli inviati senior di Report sono al lordo sia delle imposte che dei costi: trattandosi in buona parte di partite Iva, i giornalisti devono pagare le spese di produzione dei servizi e ovviamente le tasse. Bene.
Questo stesso standard, però, non viene applicato a Piervincenzi. Ranucci ha infatti pubblicato un post in cui definisce “mediocre” il suo successore designato Piervincenzi, allegando un articolo del Domani dal titolo “Report, dal Cnel 47 mila euro a Piervincenzi”. Se avesse usato lo stesso metro con cui si misurano gli stipendi degli inviati di Report, Ranucci avrebbe dovuto dire che il compenso per un progetto con le scuole si riferisce a un biennio, quindi andrebbe diviso per due; poi che si tratta di una somma al lordo dei costi e delle tasse, e quindi andrebbe diviso ancora per due; infine che Piervincenzi è socio al 50 per cento della società scelta dal Cnel, e quindi andrebbe divisa ancora per due. Alla fine, per Piervincenzi, fanno meno di 6 mila euro l’anno per due anni. Ma Ranucci cambia standard, e usa quello che rinfacciava a Daniele Capezzone: non difende il collega dalla “campagna di diffamazione”, ma la amplifica.
Un altro esempio riguarda l’altra giornalista scelta dalla Rai per condurre Report, Giulia Presutti. Ranucci scatena la sua macchina social contro quella che ritiene una traditrice. Condivide un articolo del Domani che parla di un presunto “servizio fake” che la giornalista avrebbe realizzato su Cutro quando era ad Agorà pubblicando un documento della Guardia di Finanza con un logo datato, a quanto pare inserito da un grafico. “Non è il massimo per chi aspira ad essere il volto di Report – commenta Ranucci – se l’avessi saputo non sarebbe rientrata a Report”. Un’asticella davvero molto elevata per gli standard di Report, se si considerano le numerose e pericolose fake news diffuse negli anni, basti solo considerare i servizi contro i vaccini che hanno suscitato le proteste della Società italiana di virologia che parlò di “un grave atto di disinformazione” (non si usava ancora dire fake news).
Sempre su Presutti, Ranucci si è accanito alimentando l’accusa di essere stata una cliente del famigerato Cefalù bistrot di Valter Lavitola: “Non le ho mai detto di andare da lui per motivi di lavoro. Ho saputo solo in seguito che è andata anche altre volte da sola per dei progetti di cui non sono stato mai messo a conoscenza”, ha detto Sigfrido. Ancora una volta un doppio standard. Come se il problema sia andare a mangiare le ostriche al Cefalù senza dirlo al capo. E non, invece, essere l’amico fraterno del suo proprietario Valter Lavitola (con precedenti per estorsione, associazione per delinquere, truffa, bancarotta fraudolenta, corruzione, etc.), a cui per risolvere i tuoi problemi chiedi in “prestito” il suo factotum Gomes (alias ‘O Nir’ con precedenti per traffico di droga nonché esattore del clan Russo, ovvero spezzapollici della camorra, gravato da ordine di espulsione dal territorio nazionale: ma il problema non si pone più perché ora è latitante in Camerun), rispettivamente mandante e autore dell’attentato a te stesso, di cui sei anche consulente finanziario per affari in Africa sul carbon credit. Tutte cose che ha fatto Ranucci prima dello scoppio della bomba sotto casa sua aggiungendo, subito dopo la perquisizione di Lavitola, una lunga conversazione notturna con l’amico-attentatore attraverso un’app non monitorata (ma intercettata casualmente da un’ambientale nell’auto) in cui si sforza di trovargli un alibi. Ma senza successo. Con molto meno materiale, Report avrebbe prodotto servizi per una stagione intera.
Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha scritto un messaggio di apparente solidarietà nei confronti di Ranucci che, in realtà, è un atto di accusa del metodo Report: “Sono disgustato dalle continue violazioni del segreto investigativo e dalla pubblicazione di intercettazioni e chat che, per legge, non dovrebbero essere pubblicate. Lo considero un vulnus alla Costituzione e alla democrazia. Allo stesso tempo, difendo il diritto di non essere giudicati moralisticamente solo sulla base delle persone che si frequentano. Sono e rimango garantista”.
Ranucci si è congratulato con Crosetto, non capendo o facendo finta di non capire: “Ringrazio un ministro, verso il quale non siamo stati teneri, per la sua coerenza e per essersi dissociato dalla scelta di delegittimarmi fatta dalla Rai”. Il trionfo del doppio standard: noi possiamo contro gli altri, gli altri non devono nei nostri confronti. Insomma, “Io so’ io e voi non siete un ca...”. Così parlò il marchese del Report.