Cronaca
Il metodo pippo •
Ranucci e le querele. Il whistleblower era un eroe, ora è una spia
L'ultima vittima del metodo Report è Il Tempo, colpevole di aver pubblicato i compensi dei giornalisti della trasmissione. Il conduttore alla querela aggiunge un esposto al Comitato etico della Rai per scoprire la fonte che ha fatto trapelare il documento

"È strano come una discesa, vista dal basso, somigli tanto a una salita”, dice Pippo, l’ingenuo personaggio Disney amico del più scaltro Topolino. Quest’improvvisa quanto banale epifania è la stessa che deve aver colpito Sigfrido Ranucci e la redazione di Report sui temi del diritto di critica e d’informazione. Fino a poco tempo fa, ogni denuncia nei confronti dei giornalisti di Report era ritenuta uno strumento per zittire chi fa domande scomode. Erano tutte “querele temerarie”, oppure Slapp (Strategic Lawsuit Against Public Participation), come dicono quelli a cui piace usare termini inglesi. Ora che quella stessa discesa la vedono dal basso, la squadra di Report e il suo capitano usano le armi delle denunce e delle querele nei confronti dei giornalisti per affrontare la salita dopo l’esplosione del caso Ranucci-Lavitola. L’ultima vittima del metodo Pippo-Report è Il Tempo, il giornale diretto da Daniele Capezzone, colpevole di aver pubblicato i compensi dei giornalisti del team Ranucci. Gli inviati di Report hanno annunciato una querela “per tutelare il proprio nome e il proprio lavoro”.
Ad ammettere che la querela è pretestuosa è lo stesso Ranucci quando scrive su Facebook: “Grave diffusione di un documento interno strategico per l’azienda visto che rende pubblici i costi di una produzione di punta della Rai come Report”. Se il documento è “strategico”, allora vuol dire che non è falso e pertanto non può essere diffamatorio. Ranucci alla querela aggiunge un esposto al Comitato etico della Rai per scoprire la fonte – il “whistleblower”, come dicono quelli a cui piace parlare in inglese – che ha fatto filtrare il “documento sensibile”. Il whistleblower, figura fondamentale per chi difende il giornalismo d’inchiesta, ora, visto dal basso, è un nemico dell’interesse aziendale: va perseguito e punito.
Non è l’unico caso. E’ già accaduto un mese fa, quando Gino Zavalani di Esperia ha portato all’attenzione i passaggi del libro di Ranucci in cui l’autore raccontava le sue relazioni sessuali con fonti e stagiste di Report. Zavalani ha detto che la segnalazione gli era arrivata dalla redazione di Report. Immediatamente è arrivata la minaccia di querela da parte di Ranucci, secondo la tipica formula usata dai politici: “E’ falso, non ha alcuna fonte all’interno di Report. Ho già dato mandato al mio legale”.
Di denunce il team Report ne ha fatte altre. Il 13 luglio, pochi giorni dopo la perquisizione di Valter Lavitola, Ranucci e i suoi colleghi hanno presentato una denuncia per la “rivelazione di notizie ed estratti di atti coperti dal segreto di indagine” apparsi su Domani e Verità. A Report, da sempre, fanno ampio e disinvolto uso di atti coperti dal segreto investigativo, ma improvvisamente si rendono conto che la pratica, vista dal basso, non è legale. Ranucci ha poi querelato per “diffamazione pluriaggravata ed altri reati” i giornalisti che hanno analizzato in maniera critica l’attentato subito alla luce del suo rapporto fraterno con il mandante del suo attentato Lavitola perché con “dichiarazioni, articoli di stampa, congetture e insinuazioni che hanno trasformato, mediante esplicite allusioni, la vittima del grave attentato nel suo presunto beneficiario, attraverso espressioni che affermano o suggeriscono di un ‘finto attentato’ e altre analoghe formulazioni e di vantaggi conseguenti”. Una querela temeraria idealtipica. Perché ciò che Ranucci ritiene diffamatorio è esattamente la ricostruzione dei fatti della Procura di Roma, confermata dal Gip e, infine, riconosciuta (almeno in parte) da Lavitola: l’attentato era “finto”, nel senso che non c’era intenzione di fare del male a Ranucci ma di rafforzarne l’immagine, e Ranucci ne è stato il beneficiario nel senso che l’attentato ne ha accresciuto la popolarità. “Il lucido pensiero del Lavitola”, scrive la Gip, vede nelle aggressioni a Ranucci “un formidabile strumento” di accrescimento della sua popolarità, che “un attentato come quello effettivamente subito [da Ranucci] può aumentare in modo esponenziale”. Ed è in effetti ciò che accade e di cui, secondo la giudice, ha constatato lo stesso Ranucci, visto che nei messaggi con Lavitola “gli sfoghi” in merito alle sue difficoltà lavorative cessano “dopo l’esecuzione dell’azione delittuosa” e, al tempo stesso, Ranucci condivide “con soddisfazione con l’amico sondaggi o commenti che dimostrano il momento di rilevante popolarità che stava vivendo”. In pratica, ai querelati, per difendersi dalla denuncia temeraria di Ranucci basterà presentare l’ordinanza di arresto di Lavitola.
L’aspetto paradossale in questa storia è che, subito dopo l’attentato, quando nulla si sapeva degli autori né del movente, la linea era quella di ritirare le querele nei confronti di Report per difendere la libertà d’informazione: fu questa la richiesta avanzata sia da sinistra (Sandro Ruotolo del Pd) sia da destra (Francesco Storace ex Msi-An). E invece, dopo la perquisizione di Lavitola e la sua confessione, quando cioè il quadro inizia a comporsi nella sua dinamica e nei suoi protagonisti, sono Ranucci e “Report” a denunciare a raffica giornalisti e critici. La discesa, una volta scoperta la realtà, è diventata una salita. E non saranno le querele a farla diventare meno ripida.
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Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali
