Cronaca
fine di un ciclo •
Il caos dietro la rottura LMDV-Milleri
Le dimissioni di Leonardo Maria, la freddezza dell’ad di Delfin, la faida dinastica sull’eredità, l’incertezza sulla strategia della holding e la difficoltà di Essilux. Una crisi che scuote il capitalismo italiano
26 AGO 26

Foto ANSA
Non si può dire che a Leonardo Maria Del Vecchio manchino i colpi di teatro, tuttavia per gli osservatori più sofisticati la sua uscita da EssilorLuxottica sembrava nelle cose. Troppa carne al fuoco, anche se la T-bone steak (fuor di metafora la liquidazione di Luca e Paola, due dei suoi sei fratelli, per diventare con il 37,5 per cento l’azionista di riferimento della Delfin) prima ancora di finire sul grill era stata bruciata dalle divisioni in famiglia e dalla cautela delle banche le quali per finanziare l’operazione vogliono solide garanzie. Ma chi si aspettava una rottura così brusca con Francesco Milleri che fin qui era stato il suo mentore?
Ieri mattina Milano Finanza ha annunciato in anteprima che LMDV, come viene chiamato, ha deciso di lasciare i suoi incarichi: presidente della Ray-Ban e chief strategic officer. Ha rassegnato le dimissioni con una lunga e amara lettera all’amministratore delegato Milleri nella quale parla di una gestione aziendale “distante e impersonale”. “Questa non è la Luxottica nella quale sono cresciuto. E non è la Luxottica che ricordo accanto a mio padre”, scrive senza far nomi, ma è evidente a chi sia indirizzato il suo rifiuto: all’uomo che guida il gruppo, presiede la Delfin, la holding divisa in parti uguali dal fondatore, e che ha considerato a lungo il figlio di Leonardo e di Nicoletta Zampillo, l’erede naturale non solo il primus inter pares nella nidiata di tre famiglie che non riescono a diventarne una sola. LMDV spiega che “non si tratta di un allontanamento dal gruppo, ma è un’operazione di pulizia della governance”.
La replica di EssilorLuxottica è stata fredda e persino sfidante: “Ringraziamo Leonardo Maria per aver contribuito alla crescita del gruppo e alla realizzazione della visione strategica voluta dal padre. Gli auguriamo uguale successo nella sua nuova avventura”. Ma quale delle tante? I quotidiani (Il Giornale, Il Giorno, la Nazione, Il Resto del Carlino), i ristoranti, gli alberghi, le acque di Fiuggi, le start up tecnologiche?
In attesa di risposte, una sensazione si fa strada: siamo alla fine di un ciclo e non se ne intravede uno nuovo. Così, un’altra grande famiglia del capitalismo italiano, una delle poche rimaste, galleggia in una tempesta dinastica senza sapere bene dove andare e che cosa fare: liquidare il liquidabile e liberi tutti, come sostiene Rocco Basilico, uno degli eredi; oppure come vorrebbe Romolo Bardin, amministratore delegato della finanziaria, l’unico con potere di firma, semplificare, concentrarsi in pochi e solidi investimenti: la francese EssilorLuxottica della quale ha il 32,4 per cento, le italiane Assicurazioni Generali con il 10 per cento e Unicredit con il 2,4 per cento, oltre alla società immobiliare, Covivio, anch’essa di diritto francese. Questo significa vendere la quota del Monte dei Paschi (con il 17,5 per cento è primo azionista) che controlla Mediobanca e il suo 13 per cento del Leone di Trieste (Bardin ne avrebbe parlato con Orcel). Una reazione a catena nel gran bailamme bancario, dalla quale uscirebbe rafforzata di fatto l’offerta di Intesa Sanpaolo sulla banca senese, più lineare e sicura.
Che ruolo vuol giocare LMDV liberato dai suoi laccioli manageriali e industriali? Certo, non ha intenzione di cedere le galline dalle uova d’oro, anche perché il risiko bancario ha fruttato dividendi miliardari. Il 43 per cento della Delfin è in partite finanziarie: le banche valgono 17 miliardi di euro, la quota di Essilux 25 miliardi. Leonardo Del Vecchio ha fatto industria tutta la vita e solo in tarda età si è lanciato in operazioni finanziarie che non hanno avuto altrettanto successo. La manifattura invece non s’addice a nessuno dei suoi eredi. Per trovare l’ultimo filo nel labirinto cominciamo dall’assemblea della Delfin di martedì 30 giugno. Stoppato nella sua scalata, Leonardino, come lo chiama chi non lo ama, ha tentato un rilancio. Le banche vogliono garanzie certe prima di prestare i 10 miliardi di euro richiesti e LMDV, oggi come oggi, possiede solo sulla carta la sua quota del 12,5 per cento (il testamento non è stato accettato da tutti).
Dunque, il più giovane degli eredi ha proposto che la holding nel suo complesso garantisse per lui in caso di fallimento, anziché cedere le azioni alle aziende di credito. Bardin e i consiglieri Aloyse May e Giovanni Giallombardo hanno votato contro; Milleri e Mario Notari a favore. Vista l’aria, LMDV non si è presentato lanciando accuse e recriminazioni per lettera. Ma perché se l’è presa con Milleri il quale fino all’ultimo si è dimostrato leale?
Forse chiedeva di coinvolgere in qualche modo anche Essilux? L’assetto azionario è incerto. Nessuna delle ipotesi sul tavolo ha il consenso necessario (c’è bisogno della quasi unanimità per decisioni di carattere strategico), né la “liberatoria” di Rocco Basilico che, secondo LMDV non avrebbe nessun diritto di usare metà della quota materna (Nicoletta Zampillo è titolare infatti del 25 per cento di Delfin), né quello che gli altri fratelli hanno considerato il putsch di Leonardino. A questo caos proprietario fanno da sfondo le vicende personali come la lite con la ex Sara Soldati per la custodia della figlia di un anno, che hanno fatto arricciare il naso in EssilorLuxottica la quale non sta vivendo una buona fase: ha perso in sette mesi il 45 per cento della propria capitalizzazione di borsa, ridimensionando così anche i guadagni dei Del Vecchio. I motivi sono complessi (la crisi del lusso, le incertezze geopolitiche, gli inciampi degli occhiali Meta accusati di servire a usi impropri), ma l’instabilità del socio italiano ha pesato creando malumori e tensioni tra gli azionisti. La governance vede un consiglio di amministrazione diviso a metà: sette nominati da Delfin e sette da Essilor espressione di una variegata compagine della quale fanno parte anche il governo francese attraverso una sua diramazione finanziaria e i rappresentanti dei dipendenti. Arbitro è Milleri presidente e amministratore delegato, alle prese pure con l’indagine per la scalata a Mediobanca (il suo cellulare è ancora sotto sequestro). Il pericolo è che la Essilux resti impigliata in questo intreccio mettendo a rischio la sua base industriale, il che vuol dire lavoro e occupazione anche in Italia. Così c’è chi pensa che Roma dovrebbe infilarci lo zampino, per dare certezza proprietaria e bilanciare Parigi.