Cronaca
le responsabilità collettive •
Il caso Arday ha svelato una catastrofe di cui l’università deve occuparsi
In primo piano c'è una storia brutta e deprimente, ma dietro di questa si consuma una vera tragedia intellettuale e morale, che coinvolge tutti i grandi centri accademici del mondo occidentale
20 AGO 26

Foto LaPresse
La deprimente e brutta storia di Jason Arday, il più giovane professore nero di Cambridge, è diventata triste a causa del suo suicidio. Di per sé, essa aggiunge poco al giudizio che era già possibile dare sull’ideologia che domina da più di venti anni una parte significativa delle scienze umane e sociali statunitensi, inglesi e in parte anche europee. E’ un’ideologia che sarebbe sbagliato identificare con un wokismo che ne rappresenta la parte più grottesca e facilmente criticabile, perché è molto più vasta, ramificata e dannosa di esso. Che si tratti – nel complesso e non solo nelle sue punte ridicole – di una catastrofe intellettuale e morale è per me da tempo evidente, per il suo sostituire il giudizio moralistico alla filologia, il presente alla scoperta del passato e l’egocentrismo al rispetto del diverso (che certo non ci esime poi dal giudicarlo). Bisognerà quindi prima o poi fare un’analisi delle sue radici, delle sue sorgenti e dei suoi sviluppi, e un bilancio dei danni che ha prodotto e produce, anche nell’alimentare reazioni altrettanto aggressive. Nell’immediato sarebbe però importante che le scienze umane e sociali, e specie i loro gruppi dirigenti, usassero il caso Arday per riflettere sulle responsabilità di almeno una loro parte, che non sono poche. Mi limiterò dunque a dire quel che penso in materia.
La storia in sé è abbastanza chiara: un giovane nero intelligente, gentile e molto probabilmente anche simpatico e accattivante (quale impostore di successo non possiede queste doti?) ha profittato della catastrofe in cui versa, per ragioni ideologiche, una parte importante delle scienze umane e sociali, per di più concentrata nelle università più note, per fare carriera, raccontando “storie”. Se ci si pensa, questo ha in generale poco a che fare col suo colore e con un’ideologia particolare: quando si presentano le condizioni per trarre profitto dalla follia ideologica, religiosa o personale altrui, quelli che Molière chiamava tartufi di qualunque colore – tutti più o meno intelligenti, vivaci e simpatici – si fanno avanti per profittarne con maggiore o minore successo. Ideologia e colore c’entrano invece con la tragica fine della storia: Arday ha profittato del suo colore ed è stato perseguitato più di altri impostori anche per esso. Il razzismo e l’etnocentrismo ahimé esistono, non sono solo bianchi, e sono sempre odiosi. Ma se questo è vero, è vero soprattutto che né lui né i suoi persecutori sono i responsabili di quanto è accaduto e che quindi ha poco senso continuare a denunciare la sua impostura o a deprecare chi lo ha perseguitato di più e con più ferocia perché era nero.
I veri responsabili sono infatti i vertici accademici che l’impostura hanno permesso, sui quali andrebbero aperte inchieste rigorose, a cominciare dall’allora direttrice della Faculty of Education di Cambridge che nel 2023 si rivolse ad Arday con parole che fanno di lei o una regina della menzogna o una scervellata: “Sei il migliore del mondo nei termini delle tue ricerche… Siamo così fortunati ad averti…”. Con lei andrebbero messi sotto inchiesta accademica, certo non giudiziaria, i membri della commissione che ha selezionato Arday e i vertici dell’Ateneo che hanno permesso che ciò accadesse, e chi ha poi continuato a difendere scelte indifendibili anche attraverso minacce giudiziarie che, come sembra accertato, sono state usate nei confronti dei primi svelatori dell’impostura.
Solo con un’indagine rigorosa su sé stessa, che accerti responsabilità e motivi, Cambridge potrebbe ritrovare l’onore perso. Lo stesso vale per gli altri grandi centri dell’accademia del mondo già occidentale, Harvard inclusa, che i suoi riformatori del secondo dopoguerra volevano trasformare nella seconda Atene di un nuovo occidente. La vicenda della sua ex-presidente, costretta alle dimissioni dopo una penosissima audizione sull’antisemitismo nel campus e la scoperta della non correttezza di alcune sue citazioni, ma mantenuta nella sua posizione di professoressa dopo aver riconosciuto alcuni dei propri errori, ci racconta infatti una storia simile. Anche con essa, e con altro – come le “dichiarazioni di fede” preventive richieste ai neoassunti – andrebbero fatti i conti, per cominciare a porre riparo alla catastrofe e a quanto meno contenere i fanatici e gli imbroglioni che abitano ormai alcune delle importanti università di quello che era l’occidente di una volta, testimoniandone la crisi.
Anche l’Europa dovrebbe riflettere: ricordo progetti europei, considerati i più prestigiosi e di certo i più ricchi, che chiedevano preventivamente agli storici di contribuire con la loro ricerca a costruire un passato comune e a diffonderne la coscienza. E lo dovrebbe fare anche il nostro sistema universitario, che nasconde – anche per insistenza europea – tanto tartufismo in quella che era la parte umanistico-sociale della cosiddetta Terza missione (che alcuni ora chiamano Quarta), come se fosse possibile per un’università avere un’influenza positiva sul paese o la regione in cui si trova senza concentrarsi su una buona ricerca e un insegnamento basato sulla conoscenza della migliore ricerca altrui, se non direttamente sulla propria. Come mi ripeteva un grande e spiritoso maestro che mi fa piacere ricordare, Riccardo Picchio, che – giovane lettore di italiano nella Polonia dell’immediato dopoguerra – fece conoscere Auschwitz sull’Avanti, vogliamo davvero incentivare chi diffonde quel che non sa e quindi, insegnando banalità o falsità, fa più danni di coloro che fanno poco ma almeno danneggiano poco gli studenti? E’ una regola che non sarebbe male applicare anche ai nostri atenei nel loro complesso, invece di spingerli a rimediare alle manchevolezze nelle loro missioni fondamentali con vaghi impegni sociali di vario tipo.