Cronaca
Occhio di stato •
Storia della bodycam in Italia. Oltre il caso Fakir
Dieci anni di sperimentazioni, una circolare e un decreto che rende tutto facoltativo. La morte di Abderrahim Fakir come banco di prova. Cronaca di uno strumento a metà

Le immagini della bodycam di uno dei due agenti coinvolti nella morte di Abderrahim Fakir sono diventate, in poche ore, il punto di equilibrio di un intero caso giudiziario e politico. La difesa le legge come prova che "non c'è stata colluttazione", la famiglia in modo opposto. C'è però un dettaglio che rovescia la lettura più comoda della vicenda: quel dispositivo non era in dotazione. Era un apparecchio privato, installato dall'agente a propria tutela, perché le volanti – a differenza dei reparti mobili – non sono equipaggiate con bodycam ufficiali. Ora, il punto qui non è stabilire chi abbia ragione, né dare spago alle ricostruzioni dell'ultimo minuto. La procura di Bologna, che ha aperto un fascicolo per omicidio colposo, ha disposto l'autopsia per fare luce sia sull'intervento degli agenti sia su quello dei sanitari: è programmata per le 11 di questa mattina e per il deposito della relazione è stato fissato un termine di 90 giorni. Da lì probabilmente si avrà qualche informazione in più, con delle basi solide. Quello che faremo invece è chiederci da dove arrivi lo strumento della bodycam, e perché in un caso come questo si riveli allo stesso tempo così decisivo e così fragile.
In Italia l'introduzione delle bodycam nasce per via amministrativa. Nel 2014 il Dipartimento della Pubblica Sicurezza del ministero dell'Interno chiede al Garante per la protezione dei dati personali di poter sperimentare un sistema di ripresa visiva indossabile, trattandosi a tutti gli effetti di un trattamento di dati personali. Il Garante autorizza il test con un provvedimento datato 31 luglio 2014, che fissa condizioni e limiti: le microtelecamere vengono assegnate a personale specificamente individuato dei soli reparti mobili, in quattro città pilota – Torino, Milano, Roma e Napoli – con un unico scopo, riprendere le situazioni di criticità nella gestione dell'ordine pubblico. Non è dunque un'introduzione generale, ma un esperimento circoscritto: pochi dispositivi in poche città, per un solo reparto specializzato, da indossare in occasione di un solo tipo di intervento.
Il vero ancoraggio normativo arriva più tardi, e arriva in due tempi. Nell'agosto 2024 il tema entra nel decreto sicurezza, ma in una forma che associazioni per i diritti civili come Antigone e Amnesty International giudicano subito debole: gli agenti "possono" usare la bodycam, non "devono". Per Antigone la misura rischia di restare "a tutela esclusiva delle forze dell'ordine". Per Amnesty, nella formulazione scelta, "non aiuterà a migliorare l'accountability delle forze di polizia". Le critiche si concentrano su due assenze nel testo: non si specifica quando l'agente sia tenuto ad accendere il dispositivo, né come un cittadino possa poi accedere alle immagini che lo riguardano. Il testo definitivo è il decreto legge 48 del 2025, il cui articolo 21 stabilisce che il personale impiegato in ordine pubblico, controllo del territorio, vigilanza di siti sensibili e servizio ferroviario "può essere dotato" di dispositivi di videosorveglianza indossabili. Nessun obbligo dunque.
È qui il nodo che il caso Fakir rimette sul tavolo. La norma italiana lascia all'agente la discrezionalità di accendere o spegnere il dispositivo, senza indicazioni operative precise su quando farlo. Ma a Bologna il problema viene prima: non solo chi era in servizio sulla volante quel giorno non aveva alcun obbligo di indossare una bodycam, ma neppure ne aveva una in dotazione. Il video esiste solo perché quell'agente ha scelto, a proprie spese, di procurarsene una per tutelarsi. Fuori dai reparti mobili, la copertura è affidata quasi per intero all'iniziativa individuale.
Ne discende un secondo problema: nel caso della morte del 42enne marocchino, trattandosi di un dispositivo privato, le immagini restano di proprietà dell'agente, e la sua difesa ha potuto visionarle e conservarne una copia. La parte civile, gli avvocati della famiglia Fakir, non ha lo stesso accesso: ha dovuto chiedere che il video venga acquisito integralmente agli atti dell'indagine, passando dai canali della procura.
Come scrivevamo all'inizio, l'uso della bodycam in un caso come questo è decisivo perché resta, a oggi, l'unico documento visivo diretto della fase critica dell'intervento e perché quelle immagini hanno già orientato il dibattito pubblico. Ma è insieme fragile, proprio perché l'agente ha acceso la bodycam solo quando ha deciso di intervenire fisicamente, dopo circa quaranta minuti passati a cercare di calmare Fakir parlandogli. Il video comincia lì. Non perché qualcuno abbia scelto di nascondere qualcosa, ma perché l'accensione, in assenza di un protocollo che la renda automatica o obbligatoria, dipende dal giudizio dell'agente su quando la situazione diventi rilevante.
Il confronto internazionale
Negli Stati Uniti le prime bodycam compaiono già a metà degli anni Duemila, ma è l'esperimento condotto a Rialto, in California, tra il 2012 e il 2013, a cambiare le cose: gli agenti senza telecamera risultano avere probabilità di usare la forza più che doppie rispetto ai colleghi che la indossano. La sparatoria di Ferguson, nel 2014, trasforma quell'evidenza in urgenza politica: nel 2015 l'amministrazione Obama stanzia settantacinque milioni di dollari per finanziare l'acquisto di dispositivi da parte dei dipartimenti locali. Non esiste, va precisato, un obbligo federale uniforme: la materia resta affidata a stati e municipalità, con risultati molto diseguali sul territorio. Uno studio dell'università di Cambridge del 2016 registra comunque una riduzione del 93 per cento delle denunce contro gli agenti nei reparti che adottano la tecnologia.
In Europa la strada è più lineare. Regno Unito, Germania, Francia, Belgio, Svezia, Danimarca e Finlandia adottano le bodycam con anticipo rispetto all'Italia e, in diversi casi, con protocolli di attivazione più stringenti. È lo stesso ritardo che spiega perché l'Italia resti, ancora oggi, uno dei pochi paesi europei senza codici identificativi obbligatori per gli agenti impegnati in servizi di ordine pubblico: due misure, bodycam e codici, che i sindacati di polizia hanno sempre trattato come inseparabili, respingendo entrambe nella loro forma vincolante.
