Cronaca
cosa dicono i numeri •
Morti in piscina, l'allarme che non c'è
La sequenza di tragedie di luglio riaccende il dibattito, ma i dati di Iss, Sima e Federalberghi certificano che non c'è un boom di annegamenti. È sui ritardi strutturali che varrebbe la pena concentrare la pressione politica

Un bambino di cinque anni è morto mercoledì scorso a Monterotondo, durante un centro estivo, in una vasca bassa per i più piccoli, nonostante ci fosse un bagnino a bordo piscina e altri quindici bambini intorno. Pochi giorni prima, a Milano Marittima, una bimba austriaca di quattro anni era annegata nella piscina di un hotel. Il padre si era allontanato per pochi minuti, i cancelli erano aperti, ma il servizio di salvataggio non era previsto in quella fascia oraria. Il 17 luglio, a Sestri Levante, una bambina di undici anni è affogata dopo che la pompa di aspirazione di uno stabilimento balneare le ha risucchiato i capelli. Il denominatore comune in queste tre tragedie ravvicinate sembra essere la sorveglianza mancata, per un attimo o per un pomeriggio intero.
Una sequenza che ha prodotto sui giornali una sorta di "allarme piscine", tra prime pagine, promesse di accelerazioni normastive da parte del governo e associazioni di categoria che si dividono tra chi chiede più controlli e chi teme l'esplosione dei costi. La Società italiana di medicina ambientale (Sima) ha fatto i conti: 75 vittime tra il gennaio 2022 e il 16 luglio 2026, in media 16 l'anno. È persino scontato ribadire che anche un solo morto è un morto di troppo, ma lo ribadiamo. Eppure, prima di cedere all'allarmismo, il numero assoluto andrebbe confrontato con quelli degli anni precedenti: la media Iss del quinquennio 2017-2021 era di 30 decessi l'anno, quasi il doppio. L'Istituto superiore di sanità, in un report sulla prevenzione, parla di 37 annegati in piscina nel biennio 2024-25: meno di 20 l'anno. Anche i dati di Federalberghi, fermi a fine maggio, raccontano lo stesso calo: 63 morti dal 2022, 14 l'anno in media, contro i 30-40 del periodo precedente.
Un censimento più lungo, quello curato dal sito specializzato professioneacqua.it su piscine pubbliche, condominiali e private, arriva a 185 morti tra il 2014 e il settembre 2025, con picchi di 30 casi nel 2019 e 20 nel 2024. Qui il quadro è meno lineare: non è evidente che ci sia un declino costante, ma un andamento a scalini, con anni peggiori di altri. Resta stabile in ogni fonte una proporzione: i minori sotto i 14 anni pesano per oltre un terzo del totale, quasi la metà nelle piscine domestiche.
E del resto il quadro non è solo italiano. Negli Stati Uniti, dove i dati sono più granulari, il National Safety Council calcola che luglio sia sistematicamente il mese più letale per gli annegamenti: nel 2022 sono morte 733 persone solo in quel mese, più di quante ne muoiano in media negli interi mesi invernali messi insieme. E per fasce d'età, i Centers for Disease Control confermano che il rischio più alto riguarda i bambini tra uno e quattro anni, la fascia che in valore assoluto supera adolescenti e giovani adulti. È lo schema, quasi fisiologico, che si osserva in Italia in queste settimane. L'estate concentra l'esposizione all'acqua, l'età prescolare concentra la vulnerabilità. La cronaca segue questa curva ogni anno, in ogni paese. A renderla percepibile come emergenza è solo la coincidenza temporale delle notizie.
Messi in fila, questi numeri raccontano una storia diversa. Non c'è un'impennata. C'è, semmai, una curva che scende da anni, interrotta da episodi che colpiscono per la loro brutalità che si direbbe quasi "tecnica" – un bocchettone pericoloso, una staccionata lasciata aperta, pochi minuti di distrazione — più che per la loro frequenza. La percezione di epidemia nasce dalla concentrazione temporale delle notizie, non da un cambiamento nei dati.
Questo non significa che l'allarme sia infondato. Ogni morte in acqua, tanto più se di un bambino, è una tragedia che va evitata e che merita accertamenti seri, e non bastano certo le statistiche a consolare. Ma i numeri possono aiutare a raffreddare l'emotività per ragionare a mente lucida sulle migliori soluzioni da adottare.
Qualcosa, intanto, si è mosso. Ieri, 23 luglio, la Camera ha approvato con voto bipartisan — 244 sì — un emendamento al decreto Sport che impone alle piscine pubbliche e a uso collettivo standard tecnici contro l'effetto ventosa dei bocchettoni, con chiusura immediata dell'impianto in caso di mancato adeguamento e un fondo da 4,7 milioni per la messa a norma di quelle pubbliche. Il ministro Salvini ne ha annunciato l'entrata in vigore dal primo agosto. Ma anche nell'unanimità del voto è filtrata la stessa ambivalenza di questo dossier: le opposizioni, pur votando a favore, hanno definito in aula la norma "mal fatta, con tante debolezze, generica", accusandola di rispondere più a un'urgenza mediatica che a un problema di sicurezza reale. È la contraddizione che attraversa l'intera vicenda: si legifera in fretta su un fenomeno che i dati non descrivono come un'emergenza, e perfino chi approva il provvedimento non è convinto che risolva qualcosa.
Il problema è reale, ma non è esploso all'improvviso. È una falla strutturale vecchia di anni. Le piscine domestiche restano prive di qualunque obbligo, e il disegno di legge quadro giace in commissione Affari sociali dal 17 febbraio, incastrato tra la bocciatura delle Regioni – che lo giudicano incostituzionale perché si applicherebbe solo alle piscine nuove – e le resistenze dei gestori sui costi di adeguamento. È su questo ritardo, non su un presunto boom di annegamenti, che varrebbe la pena concentrare la pressione politica.
