Ranucci, il condottiero in flagranza di ipocrisia

Il conduttore di Report avrebbe buone ragioni per ritirarsi in buon ordine dietro il fumo del ridicolo da Telemeloni, oggi Telelavitola

10 LUG 26
Immagine di Ranucci, il condottiero in flagranza di ipocrisia

Sigfrido Ranucci - foto Ansa

Ho già detto e scritto che non ce l'ho con l'amicizia, con le abbuffate di pesce, con un tipetto svelto come Lavitola, non ce l'ho nemmeno con un particolare modo di rivelare l'italianità che è in noi, magari nei suoi aspetti meno encomiabili, che non vuol dire necessariamente sordidi. Però detesto l'ipocrisia, soprattutto intesa come mentire a sé stessi nel tentativo subdolo di ingannare tutti gli altri. Quando dovevo scegliermi un nome social, ho scelto @ferrarailgrasso, come sanno bene legioni di cretini che da un decennio attaccano baldanti @ferrarailgrasso perché è grasso fin da bambino, e si vede. Quando dovevo rispondere con un curriculum per iscritto a ipocrisie che mi avevano colpito, rivelai che per un periodo del 1985 avevo spiegato la politica italiana e Craxi, materia in cui ero competente, a un agente della Cia che per questo mi pagava, e ancora adesso godo tutte le volte che legioni di cretini, che non sanno nemmeno se quella rivelazione disinteressata fosse letteratura fantastica o realtà effettuale, e presumibilmente non lo sapranno mai, mi attaccano come grasso e sporco agente della Cia, benemerita agenzia che fa parte della nostra alleanza liberale e anticomunista e la protegge, di cui sono stato, come ho detto senza che alcuno me lo domandasse, fonte e notista politico.
Sebbene abbia scritto un saggetto sull'importanza della bugia in politica, nessuno è perfetto, sono un moralista. Sebbene detesti i moralisti, che finiscono tutti come il Dio Eco, che fece salire su un palco un tredicenne per sputtanare la vita privata e le amicizie di Berlusconi, un tredicenne usato come clava alla maniera dei teocrati di Teheran, uno che ora, diventato adulto, è un postberlusconiano fiero delle sue nuove idee, sono addirittura un moralista accanito. Capisco il riflesso corporativo che porta un amico come Polito a chiedere conto ai capi della Rai del loro interesse per un'inchiesta giudiziaria sulla fucina delle inchieste paragiudiziarie Rai e sul suo procuratore generale Ranucci. Capisco la preoccupazione per la libertà di stampa e di informazione. Non capisco come possa passarla liscia un grottesco demagogo del giornalismo cosiddetto investigativo, impettito e paffuto, il quale, colto con le dita appena affondate nel vasetto della marmellata, ricorre per difendersi ad argomenti bassamente ipocriti, che non hanno tenuta logica né tantomeno pregio estetico-morale, ma al contrario sanno di aperta presa per il culo.
Intervistato, ha detto che è amico di Lavitola perché ha un figlio autistico. Poi ha detto che è una fonte buona per arrivare magari a Dell'Utri. Poi ha detto che, sì, Lavitola gli aveva approntato un sondaggio allo scopo di saggiare la possibilità di una sua, di Ranucci, entrata in politica, nelle vesti di giustiziere di cui Lavitola stesso sarebbe diventato addirittura il Gianni Letta. Ma ha aggiunto che era tutto uno scherzo, perché non ha intenzione di candidarsi. Ecco, l'ipocrisia della menzogna sistema tutto in quattro e quattr'otto. E a noi, beoni del liquido veritativo della trasmissione che si dice regina dell'investigazione contro il potere, noi che subiamo fregnacce e pettegolezzi da anni, con alti ascolti testimoni di quanto siamo fessi, ora dovremmo applaudire la libertà di informazione, come nel famoso caso Minetti e in tanti altri casi di tentato sputtanamento a mano armata (l'arma è la libertà di informazione, come la pucchiacchia in mano ai guaglioni).
Capisco tutto, e ho pena per il conformismo che induce a voltarsi dall'altra parte e a far finta di niente i giornalisti e i dirigenti di Telemeloni ovvero Telelavitola, ma che il condottiero delle superinchieste, beccato in flagranza di ipocrisia e di sconfessione di tutte le regole di una informazione decente, non senta il bisogno di ritirarsi in buon ordine dietro il fumo del ridicolo che gli fa da scudo, e anzi rilanci con una serie di balle intenibili sulla sua reputazione di spettro che minaccia la disonestà dei potenti, questo non lo capisco.