Non solo Amendolara. La moderna schiavitù dietro ai pomodori instagrammabili

Quando parliamo di agricoltura c'è una realtà che consideriamo un tabù e di cui non ci curiamo, quella della fabbrica agricola e di chi ci lavora. Da Jerry Masslo a Satnam Singh, ai quattro braccianti bruciati nell’auto in Calabria, niente è cambiato

3 GIU 26
Ultimo aggiornamento: 14:45
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Foto Ansa

In Italia ci sono cose che si vedono tantissimo e cose che non si vedono proprio. Spesso di quella cosa è pubblicizzata una faccia, discussa ad ogni pie sospinto. L’altra faccia è un tabù, un orizzonte degli eventi, già nei dintorni la narrazione collassa. Prendete il pomodoro. Si vede eccome. Quanti chef lo mostrano, bello, rosso, gaudente, incoronato col basilico. Quanti chef illustrano invece la filiera. Nessuno. Perché, dai, chi si mette ad affrontare il tabù? Ovvero la condizione di schiavitù a cui è costretta la maggioranza di immigrati che lavorano nei campi. È incredibile quanto il tabù sia potente e da quanto tempo dura. Il 25 agosto 1989 fu assassinato Jerry Essan Masslo, vittima di una assurda, crudele rapina degenerata in una sparatoria: quattro persone si intrufolarono nel capannone dove 28 immigrati erano crollati dopo ore e ore passate sotto il sole di Casal di Principe, a fine agosto. I quattro avevano chiesto i soldi e uno si era rifiutato. Ci credo, si era a fine campagna raccolta dei pomodori, significava perdere tutto il guadagno e insomma nella lite uno aveva sparato e Jerry Masslo e un suo connazionale erano finiti in mezzo: Masslo non ce l’aveva fatta.
Dopo la sua morte si era molto sperato e qualcosa si era mosso – con la legge Martelli si riconobbe lo status di rifugiato anche ai richiedenti non europei, e sì costruì un villaggio della solidarietà intitolato a Masslo – ma poi, tempo pochi mesi, ed ecco che le situazioni si ripetono, tale e quali. Per paradosso, più si ripetono più diventano tabù. Quindi da Jerry Masslo a Satnam Singh, alle quattro persone bruciate nell’auto, niente è cambiato. Se andate all’alba in alcuni crocicchi, da Nord a Sud, noterete appollaiate ove capita schiere di persone in attesa del caporale. La scena è sempre la stessa. Arriva uno e dice tu, tu e tu. Poi i tu, tu e tu vengono caricati sui camion. Quelli non scelti torneranno l’indomani per una nuova cernita sperando di far parte del tu, tu e tu. Non è cambiato niente, tranne la nazionalità dei braccianti, secondo dell’aria che tira, secondo gli schemi della geopolitica, dei flussi delle guerre, delle ambizioni e desideri dei tanti, delle rimesse che chi emigra manda alla sua famiglia. Oltre alla nazionalità è cambiata la genia dei caporali, che si sono raffinati e specializzati.
Oltre alle italianissime associazioni mafiose, ultimamente vanno di moda le cooperative speculative, chiamiamole così, gestite dagli stessi connazionali dei braccianti (che poi rispondono ad altri caporali, quelli italici delle suddette associazioni). Per dire la raffinatezza: nelle Marche è abbastanza noto il caso di una cooperativa fondata da un cittadino extracomunitario che nel giro di pochi anni è diventato il re dei braccianti. Costui propone braccianti all’agricoltore che li assume ma deve versare Iva e contribuiti direttamente alla cooperativa. Lui diligentemente lo fa, e poi finisce che la cooperativa fallisce senza versare l’Iva né i contributi e i lavoratori restano, simbolicamente, amputati del loro futuro pensionistico. Come se non bastasse, tempo dopo, l’Agenzia delle Entrate, in forza della legge sugli appalti che prevede corresponsabilità, va dall’agricoltore che aveva assunto i braccianti e gli chiede di versare nuovamente i contributi, più Iva, ovviamente. Ah, poi la cooperativa riapre, sotto altro nome, ma con la medesima procedura.
Il fatto è che quando parliamo di agricoltura ci teniamo a instagrammare i prodotti (e i braccianti non lo sono), mostriamo solo una faccia. Dell’altra, cioè della realtà della fabbrica agricola e di quelli che ci lavorano, di quella non ci curiamo. C’era un vecchio detto: “Come mai come mai sempre in culo agli operai”, ora si sono aggiunti i braccianti agricoli. Certo, ancora non si è trovata la rima giusta che esprima la loro condizione di schiavitù.