Il 25 Aprile è amaro da quando si perseguita in piazza la bandiera ucraina

In Italia la lotta ucraina viene derisa da alcuni, non compresa da altri, e spesso incapsulata in quel comodo “sì, ma anche la Russia ha le sue ragioni”. Ma cosa hanno capito della resistenza, se non la riconoscono quando ce l’hanno davanti?

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27 APR 26
Ultimo aggiornamento: 08:19 AM
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Un'immagine della manifestazione per il 25 Aprile organizzata dall'Anpi a Roma (foto Fabrizio Corradetti per LaPresse)

In Georgia, la vittoria sul fascismo si festeggiava in casa. Non era solo un rito di stato, era una cosa più intima, fisiologica. Mio nonno aveva combattuto per quasi quattro anni contro la Germania nazista, e con lui tutti i popoli sovietici. In quella guerra l’Unione sovietica perse una cifra che sfida ancora oggi l’immaginazione: circa 27 milioni di persone. Di questi, si stima che gli ucraini morti fossero tra cinque e sette milioni, la Bielorussia perse oltre due milioni e mezzo di civili e soldati – il 25 per cento della sua popolazione, la percentuale più alta di ogni altra Repubblica sovietica.
La Russia, pur avendo subìto il maggior numero assoluto di vittime, registrò una perdita proporzionale del 12,7 per cento della sua popolazione. La Georgia diede decina di migliaia di uomini; si calcola che oltre trecentomila georgiani combatterono nell’Armata Rossa, e circa centomila di loro non tornarono. Quella vittoria apparteneva davvero a ciascuno di loro. Eppure mio nonno, prima del 1941, aveva ogni ragione per detestare il regime. Lo stesso stato che lo mandò a combattere gli aveva fucilato il fratellastro nel 1937, durante gli anni del Grande Terrore, e prima ancora aveva strappato alla Georgia la sua breve indipendenza. Ma dopo la vittoria qualcosa in lui cambiò. Diventò un funzionario del Partito comunista. Non per opportunismo. Credo che avesse concluso, nel modo in cui concludono le cose le persone che hanno visto la guerra da vicino, che sconfiggere il nazifascismo era un valore talmente assoluto da superare qualsiasi conto personale con il regime che quella vittoria l’aveva resa possibile. I torti subiti restavano torti. Ma il fascismo sconfitto restava un bene più grande.
Anche la mia generazione (quella che gli occidentali chiamerebbero “post sovietica”) ha festeggiato quella vittoria. L’abbiamo festeggiata sapendo che era indissolubilmente legata al comunismo dell’Unione sovietica, a un sistema che opprimeva e perseguitava ogni cosa associata alla parola libertà. L’abbiamo festeggiata lo stesso, perché i nostri antenati avevano sconfitto l’invasore, avevano sconfitto il fascismo. Anche se per noi georgiani e altri popoli sotto l’impero sovietico quella vittoria non significava liberazione totale: rimanemmo sotto la tirannia per altri quasi cinquant’anni.
Sono in Italia da quasi vent’anni, e da vent’anni il 25 aprile è diventata la mia festa. La sento mia perché riconosco in quella data qualcosa di universale: la resistenza all’invasione, il rifiuto dell’occupazione, la scelta della libertà anche quando costa la vita. Ma negli ultimi cinque anni quella celebrazione ha assunto per me un sapore amaro. Da quando, in piazza, si perseguita la bandiera ucraina. Da quando non riesco a capire perché una certa sinistra ritenga che siano degni di liberazione solo determinati popoli e si proclami al tempo stesso difensore dei più deboli.
Non capisco perché, alle manifestazioni per la pace e per la libertà, le bandiere palestinesi siano ammesse e quelle ucraine no. Non capisco perché le stesse ragioni che inducono una parte della sinistra a difendere i diritti del popolo palestinese non la portino a difendere con uguale passione i diritti del popolo ucraino. Non capisco perché decenni di studi sul decolonialismo e di denuncia del colonialismo occidentale non abbiano prodotto, negli stessi ambienti, una riflessione altrettanto seria sul colonialismo zarista e su quello sovietico – due imperialismi che hanno dominato, deportato, russificato e sterminato per secoli.
Un'immagine della manifestazione del 25 aprile a Milano (foto Stefano Porta per LaPresse)
Un'immagine della manifestazione del 25 aprile a Milano (foto Stefano Porta per LaPresse)
Anche quest’anno, il 25 aprile, chi portava bandiere ucraine in piazza è stato aggredito. Eppure quella bandiera oggi non è soltanto il simbolo di uno stato: è il simbolo della resistenza all’invasione, all’occupazione, all’oppressione. E’ il simbolo della libertà – valore assoluto, perché non c’è pace dove non c’è libertà.
In Italia la lotta ucraina viene derisa da alcuni, non compresa da altri, e spesso incapsulata in quel comodo “sì, ma anche la Russia ha le sue ragioni”. Viene poi strumentalizzata per denunciare l’immobilità europea di fronte alla guerra di Benjamin Netanyahu contro il popolo palestinese: “Perché l’Europa ha aiutato gli ucraini e non i palestinesi? Perché gli ucraini sono bianchi?”. E poi: “Basta con questi baltici e polacchi guerrafondai. Basta con la Kallas e i suoi pacchetti di sanzioni contro la Russia”.
Quando sento queste frasi, penso che il razzismo di una parte dell’occidente non sia scomparso. Si è spostato. Si è spostato in una direzione insospettabile in cui non si rischia di essere accusati di razzismo, perché il bisogno di disprezzare qualcuno non è sparito: si è reincarnato nella cosiddetta “discriminazione positiva” al contrario, nell’interrogativo retorico: “Perché dovremmo aiutare gli ucraini? Perché sono bianchi?”.
Mio nonno festeggiava la vittoria sul fascismo nonostante il regime che l’aveva resa possibile gli avesse fucilato il fratellastro. La festeggiava perché capiva che alcune verità sono più grandi delle contraddizioni che le circondano. Quegli ucraini, quei bielorussi, quei georgiani, quei russi, e altri popoli sovietici – morti a milioni combattendo lo stesso nemico – non scelsero di versare il sangue per una bandiera sola. Lo versarono perché l’invasore era arrivato a casa loro.
L’Ucraina di oggi non ha nessuna di quelle contraddizioni. Ha solo un invasore che è tornato a casa sua, e la scelta di resistere. La libertà quella vera, quella per cui si muore non ha preferenze etniche, non sceglie il colore della pelle di chi la merita. E allora mi chiedo: cosa festeggiano, il 25 aprile, coloro che cacciano le bandiere ucraine dalle piazze? Cosa hanno capito della Resistenza, se non riconoscono la resistenza quando la vedono?