Foto Ansa

L'intervista

Il conformismo dell'accademia nelle manifestazioni ad Harvard

Ginevra Leganza

Gli studiosi Ugo Volli e Carlo Lottieri riflettono insieme al Foglio sulle proteste pro-Palestina di Harvard e sullo spirito dell'ambiente accademico

Sempre giovane, sempre vetero-sinistrese. Non è invecchiato d’un giorno. È lo studente universitario. Quello che durante le guerre e le tragedie sa come tenerci allegri. Lui che a Harvard, riunito in 34 associazioni studentesche, gli scatta pronto il tic terzomondista: “Tutta colpa del regime israeliano!”; sempre lui che dalla “Kurva Manzoni Antifa”, collettivo dello storico Liceo milanese, su Instagram scrive all’incirca “Bruci Tel Aviv” (con tutti i filistei: mai parafrasi fu più azzeccata); lui che a Napoli, fuori da Palazzo Giusso, sede dell’Università L’Orientale, parafrasa invece Bertolt Brecht: “Tutti a dire della rabbia del fiume in piena (Hamas) e nessuno degli argini che lo costringono (Israele)”. 

Scemo? Però è simpatico uno che mentre tutto crolla, mentre tutto schianta, mentre forse moriremo sunniti, chissà, ancora (e cioè sempre, dai Settanta, dal Sessantotto) a forza di kefiah ci ruba sorrisi. Ed è ancora lui quello che il filosofo Carlo Lottieri, interrogato dal Foglio, chiama “guardia rossa del potere” o “piccolo-borghese funestato dal senso di colpa”. Ma se già sappiamo quanto la commedia sia tutta una trama di colpe amore e borghesia, parlando di cose serie, di cosa parliamo quando parliamo di potere? “È l’assetto accademico stesso”, spiega Lottieri. Assetto accademico che letteralmente campa di conformismo e illiberalità dei suoi studenti. Anche perché “i docenti universitari sono i più conformisti sulla faccia della terra”. Più degli studenti (che se non son sinistresi da giovani son senza cuore, oltre una certa età c’è il rischio siano senza cervello). 

Comunque, sul perché ciò accada interviene ancora il filosofo e semiologo Ugo Volli, che spiega come, pur essendo firmatari d’appelli, gli studenti hamassisti siano giusto una minoranza. “Il 90 per cento degli studenti si disinteressa alla causa”. Eppure, continua Volli, “si tratta sempre di una minoranza rumorosa, cui viene lasciato campo libero”. Vuoi per ragioni pratiche (arabi sono i maggiori donatori di alcune delle più importanti università del mondo occidentale, come la London School of Economics), vuoi per ragioni diremmo metafisiche. Per le idee che si respirano e che portano a quell’ormai storico orientalismo di ripiego. Quello espresso nello storico saggio di Edward Said (“Orientalismo”) e nelle posizioni di Joseph Massad, il professore della Columbia University che elogia Hamas, oggi. E lo fa indisturbato dai colleghi, i quali fanno carriera se tacciono ovvero manifestano senso di colpa occidentale. 

E a proposito di senso di colpa, c’è del masochismo nell’amore per il diverso – per il nemico – che nel suo essere duro e puro va a colmare un vuoto culturale, il nostro? Secondo Lottieri, sì: gli studenti universitari vivono il vuoto e l’odio della libertà individuale. “Hanno logiche procedurali ed egualitariste”, spiega, “per cui giusti o ingiusti non sono i comportamenti, ma gli ‘assetti’. Giusto o ingiusto non è quel che si fa, ma quel che si rappresenta”. E Israele rappresenta appunto i giovani ricchi privilegiati accaniti contro i poveri oppressi. Rappresenta insomma ciò che gli studenti stessi sono. Che protestano e si autosabotano senza rendere un servizio né al proprio gruppo d’appartenenza (occidente) né al gruppo di persone che difendono (Palestina). Ma stupido è appunto chi danneggia  sé stesso senza portare vantaggio ad altri: regola aurea della stupidità umana. Come stupidi e sostenibili (che son quasi sinonimi) sono pure gli adolescenti-perenni che nella confusione mischiano foglie e fave: ovvero genderismi e islamofilie, sotto il segno dell’intersezionale (e si sa che è sempre pensando alle scemenze che il “potere”, sia pure quello di mentori-facoltà-gruppi disciplinari, si sostiene). Perché se gli studenti pensano la libertà in termini non politici ma multiculturali e ginecologici (dove la ginecologia è gingillo da ceto medio: ermafroditismi per insoddisfazione; terzomondismo per espiazione), il sistema tutto politico dell’accademia continua ad autoalimentarsi. Resta un non-problema e dunque resta com’è. 

Potere, intellettuali e “tradimenti dei chierici” a parte, gli studenti sono invece i nostri chierici vaganti. Vetero-sinistresi ma divertenti (a che ci serve la commedia quando abbiamo la realtà?). Ché c’è più satira in un appello di Harvard che nelle vignette coi nasi adunchi. Più Verdone a Montecitorio in tenda che su Paramount+. E sarà che la vera accademia d’arte drammatica è al dipartimento di scienze sociali. Sarà che è sempre lui: l’Ur-Sessantotto. È sempre lei: l’Internazionale (intersezionale?) Universitaria.

Di più su questi argomenti: