Caso Titan. La legge del mare che impone di cercare chi è disperso vale solo per i poveri?

A leggere i commenti sui social a proposito delle ricerche del sommergibile imploso vicino al relitto del Titanic appare evidente che la colpa di chi era dentro il sottomarino era quella di essere ricco
23 GIU 23
Ultimo aggiornamento: 16:45
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Foto Ap, via LaPresse

In mezzo a tutti i “se la sono andata a cercare”, “non sono per niente commosso” e perfino ai “ben gli sta”, nel coro social sulla tragedia dei cinque disgraziati finiti in un cimitero acquatico mentre andavano a visitarne un altro affiora la loro vera colpa: quella di essere stati ricchi. “Erano miliardari”, è la sentenza senza appello che tracima dagli innumerevoli commenti virtuali e per nulla virtuosi. Specie, ovviamente, in quelli made in Italy, perché si sa che per il retaggio culturale cattolico, comunista o cattocomunista, il più micidiale dei tre, la ricchezza non è una fortuna o un merito, ma una colpa, specie poi se la si ostenta in maniera così autolesionista e sì, ammettiamolo benché de mortuis eccetera, anche così stupida. In questa Schadenfreude forse non generale ma di certo generalizzata, l’elemento soldi, cioè il fatto che i de cuius ne avessero tanti da poterli sperperare, è decisivo: non sono solo la colpa, ma l’aggravante. Perché si sa che in Italia ti perdonano tutto, tranne il denaro. Che tu l’abbia ereditato o te lo sia guadagnato poco importa. Per l’invidia sociale fortuna o merito pari sono (e, naturalmente, nel caso che qualcuno i soldi li abbia fatti, non sarà mai perché è stato più intelligente o più sveglio o più lavoratore di altri, magari facendosi venire una buona idea in un garage di Cupertino o di Modena, ma chissà per quali trame o appoggi o disonestà, e cosa ci sarà sotto?). La differenza fra un passante americano e uno italiano sorpassati dal Paperone in Rolls-Royce è che l’americano sogna il momento in cui girerà in limousine anche lui, l’italiano che il riccone sia costretto a scenderne e ad andare a piedi come gli altri. Sterco del diavolo o del capitalismo, il denaro è un peccato talmente grave che il contrappasso di annegare a quattromila metri di profondità è ancora poco.
Si sprecano, ovvio, i paralleli fra i soccorsi subito attivati dai paesi in zona Titanic e quelli non attivati, o attivati poco e male, da quelli del Mediterraneo in occasione dell’ennesima strage di migranti. Quei cinque hanno provato a salvarli perché erano ricchi, sbotta l’indignato globale, i cinquecento no perché erano poveri. Quale nesso ci sia fra le ricerche condotte nell’Atlantico settentrionale e il pessimo pattugliamento nel Mediterraneo da parte di soggetti evidentemente diversi non è dato capire; ma si sa che il moralismo vendicativo ce l’ha sempre con un imprecisato “loro”, il sistema, la kasta, i ricchi e potenti che smuovono la Us Navy per salvare dei turisti grulli con un conto in banca inversamente proporzionale alla prudenza e lasciano morire decine di disperati che il conto in banca proprio non l’hanno. La sacrosanta legge del mare che impone di cercarci chi è disperso vale solo, pare, per i poveri. A quelli di spirito basta questo. Alla fine, è così semplice spiegare il mondo e riempirsi la coscienza di virtuoso sdegno. Senza neanche un po’ di pietà, classica o cristiana scegliete voi, per cinque esseri umani che sono appena morti in una maniera atroce.