Cosmopolitics

Non votarono Hillary, oggi votano Biden

Paola Peduzzi

Due giornalisti del New York Times sono andati a chiedere agli elettori che non votarono Hillary Clinton nel 2016 pur essendo di orientamento democratico il perché del loro rifiuto. Le loro ragioni sono un pugno in faccia

Joe Biden ha un vantaggio consistente a livello nazionale rispetto a Donald Trump: 10, 11, 12 punti percentuali di distacco, un margine solido che si conferma settimana dopo settimana e che è sostenuto da un  fundraising molto più ricco rispetto a quello del presidente. Ma i democratici restano cauti: nel 2016 andarono alle urne convinti che avrebbero eletto la prima presidente donna della storia americana e la vittoria di Trump fu un pugno in piena faccia, nessuno fece in tempo a mettere una mano per parare il colpo. Oggi sentono che il pugno è ancora lì, nell’aria, la preoccupazione “è viscerale e diffusa”, scrive il Washington Post, e i sondaggi non la placano.

 

Negli stati contesi – Florida, Pennsylvania, Michigan, Wisconsin, Arizona e North Carolina – il vantaggio di Biden su Trump è in media del 4,9 per cento. Nel 2016 in questi stati e in questo stesso periodo, Hillary Clinton aveva un distacco del  5,4 per cento rispetto a Trump – per di più la registrazione per il voto negli stati contesi è più alta per i repubblicani che per i democratici. Ma c’è una grande differenza nei numeri: il sostegno di Biden è oltre il 50 per cento (al 52/53 per cento), mentre in questo periodo nel 2016 Hillary era al 47 per cento. Nel cosiddetto voto indipendente, Biden ha un vantaggio di 7 punti percentuali, mentre nel 2016 c’era una sostanziale parità, anzi spesso, pur se per poco, questo elettorato tendeva a preferire Trump. L’altra grande differenza rispetto al 2016 è naturalmente il fatto che Trump sia un incumbent: ha quattro anni di governo alle spalle, cioè non rappresenta più un’incognita per alcuni persino promettente come era nel 2016. 

 

Al netto delle differenze, per circoscrivere quel senso di déjà-vu che i democratici sentono in modo opprimente, sono stati scritti molti articoli che spiegano perché Joe Biden non è Hillary Clinton e perché oggi la sua posizione è molto più stabile rispetto a quella della candidata alla presidenza del 2016. Due giornalisti del New York Times sono andati a chiedere agli elettori che non votarono Hillary Clinton nel 2016 pur essendo di orientamento democratico il perché del loro rifiuto. Le risposte sono ancora oggi, dopo quattro anni, un pugno in faccia. Un elettore indipendente che votò per Gary Johnson, il candidato libertario, nel 2016, dice: “Sapevo dall’inizio che Trump non era il candidato giusto per me”. Ma riguardo a Hillary “avevo un sapore amaro in bocca quando pensavo a lei, credo mi derivasse dagli otto anni di presidenza di suo marito”. Conclude: “Mi identifico più in Biden, non so se sia sciovinismo maschilista o come volete chiamarmi”.

 

Hillary non mi piaceva – dice una donna di 27 anni che votò per Trump e quest’anno sostiene Biden – Mi sembrava che fosse una truffa, una che mentiva, subdola. Non sono nemmeno una grande fan di Biden, ma dovendo scegliere penso che sia il male minore”. “Mi fido di più di Joe Biden che di Hillary – dice un altro elettore democratico – Mi piace da dove viene, come è cresciuto. E’ un uomo della middle class che è riuscito a emergere. Hillary non mi sembrava una bella persona, non so bene come spiegarlo”. “Pensavo che la ragazza volesse la presidenza perché voleva essere il capo – dice una elettrice democratica che nel 2016 votò per la candidata verde, Jill Stein – Biden è un tipo normale”.

 

Nei focus group fatti dalla campagna di Biden, molti elettori non sapevano dire quali fossero i suoi successi e il suo operato, ma si fidavano di lui come persona. Al contrario di Hillary conoscevano bene la carriera e l’esperienza, ma spesso la trovavano respingente. Queste risposte sono un sollievo per i democratici che temono di essere di fronte a un film (dell’orrore) già visto: il rifiuto per Hillary era specifico per lei, Biden può stare tranquillo. Poi certo, c’è il pugno, allora e oggi, l’idea che uno come Trump potesse essere meno dannoso di una donna ambiziosa e di grande esperienza.

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  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi