Il marito di Kellyanne Conway si è lasciato andare contro Trump

Paola Peduzzi

Alla Casa Bianca Kellyanne Conway è una sopravvissuta. Tutti litigano, si lasciano, si insultano, si ignorano, si sgambettano, si dimettono, si riposizionano, ma Kellyanne, consigliera di Donald Trump fin dai tempi della campagna presidenziale, con una voce delicata che non s’addice affatto al ruolo di cane da guardia che si è ritagliata, resta indefessa a difendere il suo capo, il suo operato, la sua visione (all’occasione, Kellyanne ne sa inventare anche una su due piedi, nata secchiona è diventata improvvisatrice per amor trumpiano). Mentre il team del presidente perde pezzi e si deve industriare nell’arte della gestione degli ex vendicativi, la Conway resta un punto di riferimento, non si ferma, non si distrae: c’è bisogno di un mastino? Lo faccio io. Ha soltanto un punto debole, Kellyanne, a parte dover mettere la faccia su un progetto presidenziale invero confuso: un punto debolissimo, perché è vicino, è caro, c’è da molto tempo prima che Trump entrasse nella sua vita. Suo marito, George T. Conway III. I due sono sposati dal 2001, hanno quattro figli un po’ “sofferenti”, ha confessato Kellyanne tempo fa, perché vedono poco i genitori, la mamma soprattutto. Quando parla della famiglia, gli occhi diventano cupi: Kellyanne si è sempre occupata di quello che le donne vogliono, nella vita e nella politica, difende la competenza, l’ambizione, l’equilibrio tra casa e carriera, ma non riesce a nascondere che la sofferenza di un lavoro che occupa ogni cosa, tempi, spazi, energia, è sì dei suoi figli, ma anche, tantissimo, la sua. Il marito George è descritto come la spalla perfetta: è un avvocato famoso, divenne partner in un grande studio quando aveva poco più di trent’anni, sa cosa vuol dire innamorarsi di un lavoro che assorbe tutto, ma allo stesso tempo trova il modo di correre a casa se c’è bisogno a difendere e compensare l’assenza di Kellyanne. L’avvocato Conway ama lavorare dietro le quinte, non gli piace la pubblicità: quando a metà degli anni Novanta si presentò in studio una giovane donna, Paula Jones, che voleva denunciare il presidente in carica, Bill Clinton, per molestie sessuali, Conway afferrò il caso al volo, senza mostrarsi troppo, ma facendo sì che quella causa arrivasse a danneggiare in modo decisivo il presidente. Ricordate la “right wing conspiracy” denunciata allora dai Clinton? Ecco, Conway ne era parte.

 

Con l’elezione di Trump, sono circolate molte voci su un possibile incarico di Conway al ministero di Giustizia, ma poi non c’è stata alcuna nomina formale. E nelle ultime settimane, mentre si accavallano raid dell’Fbi presso gli avvocati di Trump, escono indiscrezioni su pagamenti e manipolazioni per nascondere i segreti sentimental-sessuali del presidente, e lui inveisce contro la “caccia alla streghe” ai suoi danni, il signor Conway si è trasformato, come hanno scritto alcuni, in un troll antitrumpiano. Con alcuni tweet – che dopo un po’ di tempo sono stati rimossi – il marito di Kellyanne si è schierato contro la Casa Bianca, difendendo il diritto dell’Fbi di ordinare ricerche negli uffici degli avvocati trumpiani (pubblicò un estratto delle linee guida del dipartimento di Giustizia su questi blitz) e ripubblicando il titolo di un articolo del Washington Post, firmato da Bob Woodward e Carl Bernstein, che diceva: “Nixon vede ‘una caccia alle streghe’, dice un insider”. Era il 22 luglio del 1973, era scoppiato il Watergate, Nixon si sarebbe dimesso un anno dopo, il 9 agosto del 1974.

 

Che cosa sta succedendo a casa Conway?, hanno cominciato a interrogarsi i reporter curiosi. “George Conway sta cercando di far licenziare sua moglie?”, chiedeva un articolo di Newsweek. La risposta non è stata data, Kellyanne sa difendere gli affari di famiglia con la stessa determinazione con cui difende il suo capo, e tra tweet rimossi e qualche foto insieme la crisi è stata evitata. Ma qualcuno ha detto che Trump si è lamentato direttamente con la sua Kellyanne, la quale forse è stata costretta a dire al marito quelle parole che, se sei già sofferente per l’equilibrio instabile in cui vivi, non vorresti pronunciare mai: non farmi scegliere tra te e il lavoro, finisce sempre male.

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