Meteoriti e metafore

Maurizio Crippa

Crolla un viadotto a Calcutta, non ci sono morti e meglio così, ma la notizia che un mese fa sarebbe passata rapida negli strano ma vero delle catastrofi lontane ha campeggiato per buona parte della giornata in bella vista su tutti i giornali online. Un po’ è l’effetto pesca a strascico dell’informazione, come quando un cane randagio azzanna un bambino e per una settimana c’è “allarme randagi che azzannano bambini” in ogni contrada d’Italia. Finché è “tema caldo” (sic), o trend topic, come si dice sui social. Ma era evidente, seppur pudicamente taciuta, anche una quasi soddisfazione: tutto il mondo è paese. E meno pudicamente, l’autoflagellazione: stiamo messi come a Calcutta. E’ l’effetto deleterio e collaterale dei crolli, diventano subito metafore generaliste. Crolla il tetto di una chiesa, un campanile, ed è subito metafora. Ieri sono caduti calcinacci dal Passetto a Roma, che c’è di meglio per significare il crollo delle aspettative nazionali? E’ andato a fuoco il Museo Nazionale di Rio de Janeiro, un gigantesco, parossistico, persino paradossale riassunto del passato dell’umanità nel cuore di un paese infinitamente giovane. E vuoi che non si faccia simbolo di una nazione che sta sprofondando? Ma c’è questo, di bellissimo: che non è bruciata la Pietra di Bendegò, il più grande meteorite mai trovato in Brasile. Forse perché è così pre-umano da essere intangibile dai disastri degli uomini. Come il monolito di Kubrick. E se non è un simbolo ottimista che sa zittire tutti i crolli e le metafore, dite voi cos’è.

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