Vincino in una scatola di matite, alla sua ultima festa

Maurizio Crippa

Non ero mai stato a una festa con Vincino, e neanche a un funerale laico, a dire la verità. A dire la verità mi è piaciuto, insomma un po’, se capite il senso in cui si può dire piaciuto. Ora, capirete anche il senso con cui ho scritto “festa”, non è un lapsus, anche se i pensieri alla rovescia erano la sua delizia. Festa è una parola che ho sentito dire, se non sbaglio, oggi mentre eravamo lì attorno a quella lunga scatola di matite che progressivamente si colorava di segni come una vera scatola di matite e in cui invece c’era dentro Vincino. O forse non l’ho sentita, la parola, ma era nell’aria, e a un certo punto una voce femminile ha detto grazie che mi avete invitata. Invitata, come a una festa appunto. Ieri abbiamo accompagnato e salutato Vincino nel Tempietto egizio del Verano, e non c’eravamo soltanto noi del Foglio, ovviamente, soprattutto c’era la sua famiglia, che anche a non conoscerla la si intuiva splendida, e si capiva che però non è una cosa che “si è disegnata” lui. Gli è accaduta intorno, che bello. Nel rito informale di questo addio senza rito, funziona che chiunque vuole dice il suo ricordo, versa il suo sorriso o la sua lacrima. A partire dalle sue figlie. E la differenza tra un funerale e una festa, o per meglio dire quel che tiene insieme il funerale e quel po’ di festa che si può fare quando si dice addio, l’ho capita quando una delle sue figlie ha raccontato di quella volta che disegnò un cazzone nell’ascensore dell’ospedale, ma lo firmò Vauro, e poi si divertiva a fare lo scandalizzato con le signore che si scandalizzavano. Satira dal vivo. Vincino.

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