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Il disonore per Cucchi

Per il nascondimento dei fatti (acclarati) sul pestaggio del giovane, oggi si può rimediare solo con la verità

Maurizio Crippa

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crippa@ilfoglio.it

19 Aprile 2018 alle 06:28

Stefano Cucchi

Stefano Cucchi

Di quanto sia grave, e sottovalutato molto dai commentatori e dalla politica, il fatto che organi dello stato abbiano manomesso atti investigativi, “orrori di sicuro rilievo penale”, allo scopo incastrare Tiziano Renzi, babbo, sappiamo ormai molto. Da ieri, abbiamo a disposizione anche la versione di Gianpaolo Scafarto, il maggiore dei carabinieri. C’è un’altra brutta storia, e più antica ormai, che riguarda carabinieri e atti manomessi: non per colpire qualcuno, ormai il guaio era fatto, ma per coprire responsabilità e per proteggere un malinteso senso dell’onore. E’ la storia di Stefano Cucchi, morto il 22 ottobre 2009 in custodia cautelare. Al processo bis in Corte d’assise che vede imputati cinque carabinieri, un militare, come testimone, ha ammesso che uno dei verbali da lui firmati all’epoca non corrisponde al vero, è stato falsificato. Identica anomalia è stata riconosciuta da un altro carabiniere chiamato a testimoniare. I vertici dell’Arma erano già a conoscenza di come erano andate le cose, il pestaggio eccetera, ma fecero in modo che alle autorità giudiziarie, in seguito, arrivasse una versione edulcorata dei fatti. E i fatti sono questi: che un cittadino era stato preso in consegna dallo stato, ed è stato restituito alla sua famiglia morto. Al disonore dei fatti, e del loro nascondimento, si può rimediare solo con la verità. Perché l’unica cosa importante, visto che il resto è purtroppo irreparabile, è che noi tutti si possa continuare ad avere piena fiducia nello stato di diritto.

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