Il corpo della parola e il teatro come coscienza del presente. Parla Lella Costa

Conversazione con l'attrice e comica italiana, che a 30 anni dalla prima rappresentazione americana riporta a teatro "I Monologhi della Vagina". Questa sera il debutto al Teatro della Cometa di Roma, gran finale al Carcano di Milano

3 NOV 26
Ultimo aggiornamento: 14:24
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Lella Costa - foto LaPresse

A trent'anni dalla prima apparizione americana de I Monologhi della vagina - nel 1996 presso l'Here Arts Center di New York (il libro fu pubblicato nel 1998 da Villard Books) - Lella Costa torna a misurarsi con un testo che ha attraversato tre decenni di trasformazioni culturali, mutamenti del costume e ridefinizioni del linguaggio pubblico. L'opera di V, già Eve Ensler, conserva la sua materia incandescente dove il corpo femminile è un luogo di esperienza, di racconto, di desiderio, di sopraffazione e di consapevolezza. Lella Costa, che incontrò l'autrice per la prima volta nel 2001 durante una il primo VDay da lei organizzato al Teatro Argentina di Roma, riporta lo spettacolo in scena nella Capitale, da stasera fino all'8 novembre prossimo al Teatro della Cometa - tornato a nuova vita grazie a Maria Grazia Chiuri - per poi proseguire a Pontedera, Bologna e Milano, al Teatro Carcano, il 24 novembre.
Una nuova edizione corale, accompagnata da un gruppo di attrici di generazioni e sensibilità differenti, da Anna Ferzetti a Michela Andreozzi, da Sara Drago ad Angela Finocchiaro, Lucia Mascino, Carlotta Natoli, Veronica Pivetti, Fabrizia Sacchi, Paola Turci e tante altre. Attrice, autrice, interprete di una tradizione teatrale nella quale l'intelligenza della parola incontra l'ironia e il pensiero civile, Lella Costa appartiene a quella rara categoria di artisti capaci di frequentare il discorso pubblico senza rinunciare alla complessità. "Il ritorno a questo testo offre l'occasione per interrogare il rapporto fra teatro e società, la temperatura del dibattito italiano, le inquietudini delle nuove generazioni e il destino della parola in un tempo di comunicazione incessante", spiega al Foglio.
Trent'anni dopo, che cosa è cambiato nella percezione del corpo femminile?
Questa è una domandona. Sì da un po' per scontato che le cose siano migliorate, che a livello di conoscenza abbiamo fatto dei passi in avanti. Non ne sono però così sicura, perché quello che una volta era un movimento delle donne e una condivisione, un raccontarsi, uno stare insieme, un rivendicare il controllo e la conoscenza del proprio corpo, non so se accade ancora. Non so se le ragazze giovani, oggi, vengano messe nelle condizioni di conoscere il proprio corpo e sapere bene di cosa hanno bisogno e di che cosa si tratti. In questo senso, I Monologhi sorprendono e divertono, raccontando cose che non si danno per scontate.
È un testo attuale ?
Lo è in un certo senso, perché nasce da una ricerca e da una serie di interviste che Eve Ensler fece negli anni ‘90 a donne di tutte età condizioni sociali negli Stati Uniti. I Monologhi della Vagina hanno questa voce e non è un caso che l'autrice voglia che siano sempre letti e mai recitati a memoria, perché sono voci ed esperienze vere. È la forza di questo testo che ha un passo sempre molto lieve, nonostante alcuni temi forti in esso affrontati. C'è moltissima ironia e lo spettacolo è anche molto divertente.
Quando fu portato per la prima volta in scena questo testo, alcune parole erano ancora impronunciabili.
In realtà, forse, alcune lo sono più adesso. All'epoca erano parole provocatorie. Risultava provocatoria e strana persino una parola come vagina che è la definizione tecnica dell'organo cui si riferisce, una parola che non ci è familiare. Stiamo parlando della fine degli anni '90, ma piu che senso dello scandalo, la cosa portò una sensazione meravigliosa di coralità, un tema declinato in molte storie, ma comune a tutte le donne di tutte le età e condizioni che nello stesso spettacolo e testo potevano riconoscersi. E lo è tuttora.
Lei ha spesso affidato all'ironia una funzione conoscitiva e la stessa permette di avvicinare argomenti che il linguaggio solenne irrigidisce. Quale rapporto intrattiene con la comicità quando la materia è la violenza sulle donne?
I monologhi lo toccano anche in senso stretto. Basti pensare che fino al 2010 la parola femminicidio non esisteva. C'era purtroppo l'evento, ma non esisteva la parola per dirlo. I monologhi riguardano la violenza e lo stupro, e'vero, ma soprattutto il rapporto che le donne hanno con il proprio corpo e la propria vagina che è un rapporto spesso rimosso e reso poco confidenziale. Se lo fosse, lo si renderebbe più condivisibile. I temi della violenza, la Ensler li affronta in altri modi , come il Corpo del mondo o i lavori fatti per One billion rising.
Vi siete incontrate all'Argentina qui a Roma per il primo Vday italiano nel 2001 e poi in America.
Sì, nel 2008, per i dieci anni dalla prima messa in scena a teatro, a New Orleans, dove c'era stato l'uragano Katrina. Facemmo uno spettacolo con 40mila persone. A Boston sono stata invece nel 2016 perché lei vi aveva portato in scena un altro suo testo.
Nel suo percorso, quale rapporto si è instaurato fra la scrittura e il corpo dell'attrice? La scena le ha insegnato qualcosa che la pagina, da sola, non avrebbe potuto rivelarle?
Parola e palcoscenico sono talmente legati da risultare per me inscindibili. Il mio è un teatro di parola. Spesso di queste parole sono autrice o coautrice. Nel caso de I Monologhi, la parte autoriale non sta nel testo, ma nel modo in cui lo si porta in scena, nell'interpretazione. Ho partecipato anche a tutte le rappresentazioni dello spettacolo Ferite a morte tratto dall'omonimo libro di Serena Dandini, e mi fa piacere che mi venga riconosciuta una certa credibilità. Se parlo di certi argomenti si capisce che sono stata scritturata non soltanto per quello spettacolo, ma perché certe cose e certi temi mi appartengono, e perché ci credo molto.
Quanto è difficile essere credibili in questo particolare momento storico?
Si fa spesso confusione tra riconoscibilità e credibilità che non necessariamente coincidono. Ci sono persone molto riconoscibili che però poi non sono credibili. Comprerebbe mai una macchina da una persona di cui non si fida? Io no, figuriamoci il resto. Nel mio caso, credo di essermi conquistata questa riconoscibilità, che se parlo di certi temi sono credibile.
L'Italia sta attraversando una stagione di particolare inquietudine. Le piazze di Roma e Milano, le mobilitazioni studentesche, le manifestazioni che hanno attraversato il paese raccontano una generazione insofferente verso le forme tradizionali della rappresentanza. Che cosa legge in questa agitazione?
Gli anni delle grandi mobilitazioni li ho vissuti personalmente ed è per me impossibile prescindere da quelli. Quelli di oggi sono movimenti diversi perché è cambiato il mondo, è cambiato quello della comunicazione, ci sono i social. Alla base c'è una vera inquietudine che nasce da una visione oggettiva del mondo. Quando mi chiedono come stai rispondo di default "compatibilmente col mondo". Stare bene individualmente non vale così tanto, poi, e lo dico non per fare la buonista. Mi inquieta questo revanscismo, questo tornare delle guerre che invece di essersi allontanate da noi si siano avvicinate e moltiplicate. Si fa fatica a parlare di evoluzione della specie quando si è ancora lì a pensare al nemico e ad annientarlo fisicamente. Non è tanto da sapiens tutto ciò.
Come si distingue, a suo giudizio, una protesta che produce pensiero da una protesta che finisce per consumarsi nella propria esibizione?
Credo che ci ci voglia tempo. Uno dei difetti in cui cadiamo un po' tutti è che ci sia stata questa accelerazione spaventosa dell'informazione e condivisione di notizie e non ci sia più il tempo della riflessione e rielaborazione. Mi viene da dire: "calma!". Penso che queste persone che sono giovani e che si assumono adesso delle responsabilità di fronte a un mondo spaventoso, abbiano almeno il sacrosanto diritto di prendersi il loro tempo e la loro voce, di essere giudicati. Come diceva Carlo Marx, gli uomini non si giudicano per quello che pensano o dicono di pensare, ma da quello che fanno. Diamogli quindi il tempo di capire. Mi sembra sempre un po'doloso che rispetto a degli eventi sicuramente molto negativi come le violenze, le vetrine e quant'altro, si dia risalto molto più a quello che non a tutto il resto. C'è un problema di chi racconta le cose, un problema di scelta.
Durante le proteste si è gridata spesso la parola "libertà". Cosa significa per lei oggi essere libera?
È una della parole su cui pensiamo di essere tutti d'accordo, ma in realtà ha moltissime accezioni. La vera differenza è tra la libertà DI e la libertà DA. Non tutte libertà dalla negatività del mondo sono garantite ancora a tutti, come la libertà dal bisogno, dalla schiavitu, dalla guerra dalla violenza…da lì si dovrebbe partire per vedere come si declina la libertà DI fare, Di esprimersi…a me sembra che chi protesta e va in carcere non sia poi completamente libero da una serie di pesanti condizionamenti. Che il futuro sia qualcosa di molto nebuloso e spaventoso lo capisco benissimo. Io più che libera mi ritengo straordinariamente fortunata e privilegiata e di questo vorrei il più possibile farne buon uso.
Stasera sarà a Teatro la Cometa qui a Roma e poi in tour fino a Milano, al Carcano, da lei diretto con Serena Sinigaglia, due luoghi dove è forte la presenza femminile.
Non può che farmi piacere, l'incontro con Maria Grazia Chiuri è stato balliamo e quel teatro romano ricco di storia riportato a nuova luce è straordinario. Tutt'e insieme. ci facciamo sentire".
Che cosa le piacerebbe che una spettatrice o spettatore portasse con sé uscendo dal teatro?
Le parole e le suggestioni date, anche solo un pezzettino di qualcosa, non importa cosa. E poi la bellezza che seminiamo e che di tutto questo ne facciamo buon uso.