Minotaur - Nel labirinto del potere

La recensione del film di Andrej Zvjagincev, con Dmitri Mazurov, Iris Lebedev

L’impronunciabile regista è entrato nel nostro cuore con il suo primo film, “Il ritorno”. Vinse alla Mostra di Venezia del 2003 il Leone d’oro, a sorpresa perché allora era uno sconosciuto. “Leviathan”, ambientato in una cittadina di fantasia sul mare di Barents, nel nord della Russia, e “Loveless” (coppia di genitori sul punto di divorziare, quando il loro figlio dodicenne Alioscia scompare da casa) hanno confermato il suo talento. “Minotaur” - gran premio della giuria al festival di Cannes 2026 – è un remake di “La moglie infedele”, film di Claude Chabrol girato nel 1969. Un dramma (alto) borghese di tradimenti, i coniugi vivono in campagna poco fuori Parigi. Trasportato in Russia, si arricchisce di risvolti storici e politici. Il marito tradito è un dirigente d’azienda, in una cittadina lontana da Mosca; la guerra con l’Ucraina è appena scoppiata e il governo impone di reclutare operai da mandare al fronte, almeno 14 robusti giovanotti (come quelli che esigeva il Minotauro nel labirinto, ucciso da Teseo). La coppia vive in una bella casa, la moglie Galina ha un amante con cui trascorre i pomeriggi. Il marito la scopre, va a trovare il rivale e lo uccide. Qui per lo spettatore finalmente il film comincia. Ma è già passata un’ora delle due a disposizione. Peccato, la vita di provincia russa, pur filmata in tutte le sfumature di grigio, non è poi così affascinante. A questo punto, finalmente, il film inizia. Ed è molto bello.