Gillo Pontecorvo, un italiano del mondo

A vent’anni dalla morte del regista della "Battaglia di Algeri", il figlio Marco lo racconta: i set con Marlon Brando, la pila di copioni rifiutati vicino alla porta di casa, il sodalizio con Ennio Morricone. “La musica, per me, è come un corrimano su una scala al buio”, diceva

Immagine di Gillo Pontecorvo, un italiano del mondo

Gillo Pontecorvo a Roma nel 2000 (Luciano Viti/Getty Images)

“Nella sua filmografia quasi non ci sono attori italiani né ci sono temi italiani: in questo è stato un po’ un cittadino del mondo”. Marco Pontecorvo, regista e direttore della fotografia, spiega così perché suo padre Gillo, morto il 12 ottobre 2006, sia abbracciato in America e in Italia “un pizzico più dimenticato”. Gli sono bastati cinque lungometraggi: nel 1966 La battaglia di Algeri vinse il Leone d’oro a Venezia, e tra quel film e Kapò arrivarono quattro nomination agli Oscar. A vent’anni dalla morte la Festa del Cinema di Roma gli ha dedicato una retrospettiva, la proiezione della Battaglia di Algeri restaurata e un premio che porta il suo nome. Marco suo padre lo ha conosciuto anche sui set, prima da bambino e poi da collega.
Il primo set non lo ricorda. Era in Colombia, durante le riprese di Queimada, e il resto lo sa dai racconti di famiglia: “Mamma mi diceva che andavamo spesso sul set e che Marlon Brando era sempre carinissimo con me e con mio fratello. Lui si ricorda molte più cose, era più grande: mi ha raccontato di sessioni di pesca in quei mari”. Il primo ricordo nitido arriva con Ogro, quando Marco ha tredici anni: “Rimasi sorpreso dalle gelatine arancioni per filtrare la luce. Non capivo il perché, mi sembrava un mondo stranissimo, fatato”. Dallo stesso set viene un episodio che gli è rimasto impresso. In una scena un maestro doveva dare delle bacchettate sulle mani ad alcuni bambini, che però sul set indossavano delle protezioni e non reagivano. “Allora papà disse a malincuore: non date bacchettate forti ma per una volta togliete le protezioni. Mio fratello e io ci siamo sentiti un po’ in colpa”.
Sul set i due fratelli ci finivano spesso, anche come attori: il padre li usava per i Caroselli che girava. “Ne ricordo bene uno per la pubblicità della lavatrice Rex. Io e mio fratello dovevamo rotolarci per terra e sporcarci tutti. Di storie così ne ho tante, ma insomma è stato divertente”.
Da adulto Marco ha lavorato con il padre come direttore della fotografia in Nostalgia di protezione, l’episodio firmato da Gillo per il film collettivo I corti italiani. “Ti porti dietro un po’ di dinamiche familiari dentro quelle tipiche del set. È stato interessante ed emozionante, e di sicuro diverso, imparare a gestire questo rapporto. Però è difficile tenere le cose separate”.
Nella sua formazione c’è anche un secondo padre, artistico: Pasqualino De Santis, direttore della fotografia premio Oscar che aveva lavorato con Luchino Visconti e con molti altri grandi registi. De Santis morì durante le riprese della Tregua di Francesco Rosi, e a Marco dissero di proseguire al suo posto. “Quando mi sono ritrovato da solo, il primo giorno, tutto mi veniva naturale, perché lo avevo incamerato senza saperlo. Con papà è la stessa cosa: inconsapevolmente mi tornano in mente tantissime cose che mi diceva, a volte anche molto tecniche”. Più della tecnica, però, è rimasto altro: “La serietà, l’onestà intellettuale con cui devi affrontare ogni progetto, la passione che deve guidare le tue scelte e i principi che devi difendere davanti a mille sollecitazioni. È doveroso nel rispetto del tuo ruolo, ma anche nei confronti degli spettatori: i registi hanno un peso sociale e culturale. Credo che mi sia arrivata tutta, questa responsabilizzazione, questa attenzione, questa cura quasi maniacale”.
Il cinema di Gillo Pontecorvo univa la forza del documentario a scelte radicali, nella forma come nella produzione. Un cinema così, secondo il figlio, oggi sopravvive a fatica: “Tutto il cinema politico che esisteva in quegli anni è difficile da fare oggi. Grazie a Dio ci sono ancora autori come Ken Loach e Michael Winterbottom, però è veramente una nicchia minuscola”. Lui stesso ha cominciato su quel terreno, con Pa-ra-da, “un film con una tematica difficile”, e poi ha portato temi sociali anche in televisione. Se manchi il coraggio non sa dirlo. Di certo il sistema era un altro: “Una volta anche un produttore come Franco Cristaldi faceva film di cassetta, certo, ma anche altri. C’era Rosi, c’era Germi, c’era tutto il filone che partiva dal Neorealismo: facevano cinema profondamente politico e sociale, anche se non sempre erano successi al botteghino”.
La filmografia esigua del padre, invece, fu una scelta tutta sua. “È dipeso solo e unicamente da lui. Era un perfezionista, e non lavorava se non trovava progetti che ritenesse giusti. È un ricordo indelebile: vicino alla porta c’erano pile di proposte di film che aveva rifiutato”. Gillo restava a casa, discuteva storie con gli amici, sceneggiava. Il figlio leggeva tutti i copioni che arrivavano, e su uno di questi i due si scontrarono più che su ogni altro: Mission. “Secondo me era una sceneggiatura perfetta per lui, ma aveva molti dubbi e alla fine rifiutò. È stato un grande errore, perché quel film era nel Dna di papà”. Lo girò Roland Joffé, e nel 1986 vinse la Palma d’oro a Cannes.
Gillo non affrontava una storia che non lo smuovesse da dentro, e spesso a smuoverlo era la musica. “L’ha sempre amata, l’ha anche firmata, e diceva che se fosse rinato avrebbe fatto il musicista. A volte si innamorava di un film anche solo grazie a un tema musicale che lo scaldava”. Una frase del padre Marco la ripete a memoria: “La musica, per me, è come un corrimano su una scala al buio”.
Da qui anche il sodalizio con Ennio Morricone, con cui Pontecorvo firmò le musiche della Battaglia di Algeri. “Erano due personalità importanti, ma si amavano e si rispettavano enormemente. Ennio era uno dei grandi amici di papà, e c’era una sintonia dovuta anche all’onestà intellettuale che condividevano nell’affrontare le cose. Forse anche lo stesso tipo di perfezionismo, oltre ovviamente all’amore per la musica. Ha scritto più Ennio, però uno dei temi principali, quello di Ali, se non sbaglio è stato fatto proprio da papà”.
L’anniversario ha portato omaggi anche fuori da Roma. Alberto Barbera ha dedicato a Pontecorvo la Mostra di Venezia di quest’anno, con un videowall fuori dal palazzo che ripercorreva in fotografie il suo rapporto con il festival, dal Leone d’oro al ’68 con Pasolini. “La prima volta l’ho visto per caso, mentre camminavo. Quando è apparso è stato emozionante”. A Torino una mostra espone le carte del regista, riordinate dall’Associazione Gillo Pontecorvo quando al ministero della Cultura c’era Francesco Rutelli; il lavoro d’archivio lo ha seguito il fratello Simone. Marco non l’ha ancora vista: “Mi hanno detto tutti che è molto bella, e questo mi rende contento”.
Negli Stati Uniti, dove Marco ha lavorato per dieci anni come direttore della fotografia, la memoria del padre è un’altra: “Lì papà è visto come un dio, lo studiano a fondo”. Lo ha colpito trovare su YouTube un video in cui Stanley Kubrick dice che per capire la potenza del cinema bisogna aver visto La battaglia di Algeri. Paul Thomas Anderson si è detto profondamente influenzato da Pontecorvo all’uscita di Una battaglia dopo l’altra; tra gli ammiratori Marco cita Alfonso Cuarón, Steven Soderbergh e Clive Owen, che glielo ha detto di persona poco tempo fa. “È incredibile quanto sia stimato lì”. Poi c’è Steven Spielberg, che alla cinquantesima Mostra di Venezia salì sul palco per premiarlo e raccontò di aver comprato all’asta il Leone d’oro della Battaglia di Algeri, messo in vendita per una campagna di Martin Scorsese sul recupero del cinema del passato. “Ora è tempo che torni a Pontecorvo”, disse.
Un regista che raccontava conflitti lontani da casa, dall’Algeria alle Antille coloniali fino al Paese Basco, era forse destinato a trovare casa altrove. “La sua, in fondo, non è una filmografia del tutto italiana”, dice Marco. “E in America è stato assolutamente abbracciato”.
In questi vent’anni senza di lui il cinema si è trasformato ancora: le piattaforme, le serie sempre più cinematografiche, i film sempre più seriali. Marco non crede che il padre se ne sarebbe spaventato. “Non ha mai avuto particolare paura del cambiamento, anzi. Ha sempre tentato di indirizzarlo, di capirlo e di trovare la soluzione per implementarlo tenendo alta l’asticella. Riconosceva valore al cinema commerciale, ma riteneva che ci dovesse essere sempre un contrappeso”. Anche nell’inseguimento tra cinema e televisione, conclude, “avrebbe cercato una soluzione perché portasse verso l’alto, e non verso il basso”.