Klara e il sole

La recensione del film di Taika Waititi, con Jenna Ortega, Amy Adams, Mia Tharia, Natascha Lyonne, Steve Buscemi

Non siamo mai stati grandi fan di Kazuo Ishiguro, nato a Nagasaki nel 1954. Prima grande impresa: essere diventato, qualche decennio dopo, un perfetto romanziere britannico. "Quel che resta del giorno" vinse nel 1989 il Booker Prize. Il Nobel arriverà nel 2017, intanto lo scrittore aveva cominciato a corteggiare la fantascienza. "Non lasciarmi" nel 2015 raccontava il triste destino di ragazzi e ragazze allevati come materiale da trapianti.
Trama identica a "Ricambi" di Michael Marshall Smith uscito quasi 20 anni prima. Anche "Klara e il sole" prosegue nel filone "grande scrittore laureato si cimenta con la fantascienza". Cloni, di nuovo, in un mondo dove non servono più da parti di ricambio, ma da amici. Però la tecnologia corre in fratta, i vecchi modelli vengono dismessi con l’arrivare dei modelli nuovi. Un "Toy Story" per adulti, insomma.
La letteratura non è uno sport competitivo, per carità, e ogni tanto i generi "minori" andrebbero guardati con maggiore attenzione. Ma Ishiguro ci aveva già delusi più di una volta. Il regista Taika Waititi non ancora. La serie "Vita da vampiro", poi il film "Jo Jo Rabbit", erano molto ben riusciti. E anche il film su Samoa, che vanta la peggiore del mondo in cerca di qualificazione. Qui nulla funziona, e tante sono le lungaggini: i robot buoni che marciano a energia solare sono stucchevoli. Bamboleggiano. Sgranano gli occhioni. Vogliono fare del bene e combinano pasticci.