Il noir della Brianza e la stupidaggine di Bersani: perché restare non è una questione di destra o di sinistra

Nel film di Simone Catania, tra denaro, lavoro e paura di perdere entrambi, la Brianza diventa il ritratto di un’economia predatoria. Ma la “restanza” celebrata in Sicilia non basta a creare sviluppo, e lo slogan di Bersani sul “restare a sinistra” confonde i diritti con le opportunità di lavorare e fare impresa

17 OTT 26
Immagine di Il noir della Brianza e la stupidaggine di Bersani: perché restare non è una questione di destra o di sinistra

Pier Luigi Bersani

Ho avuto occasione l’altra sera di vedere Brianza, il film di Simone Catania presentato alla Festa del Cinema di Roma. Merita la sala e che se ne parli oltre questo spunto. “Tra Milano e la Svizzera c’è un luogo chiamato Brianza. Un luogo costruito sul lavoro, sul denaro, e sulla paura di perdere entrambi”, sono le parole che aprono il racconto e lo richiudono come una bara. Un quasi noir, somiglia più a Fargo dei fratelli Cohen che non alla cacatina sociologica che in Brianza ambientò Virzì. A parte il dettaglio che è ambientato tra Como e Lugano, che in Brianza non sono, ma si sa la Brianza è un pozzo nero dell’immaginario italiano, un inferno di fabbriche e avidità da tenersene lontani.
Però qui la maldicenza à la Report lascia il posto alle immagini compresse di un’enciclopedia realistica e insieme odiografica. I danée, le armi e i maneggi western (da un rapido controllo: molti meno entrambi rispetto ad altre regioni), la pizzeria calabro-americana, le siepi altissime che occultano ville grandissime. Il presepio. Il conto in banca come unica fonte di rispettabilità. Tutta una serie di frattali letterari, o meglio cinematografici, in cui lo spettatore in fabula capisce subito di cosa si sta parlando e di chi si parla male. Di un’economia predatoria che vede vicina la sua fine, di antropologie devastate. Il lavoro, il denaro, la paura di perdere entrambi.
Poi ieri ho letto su Repubblica un reportage da Campobello di Licata dedicato all’esperienza dei “ragazzi della restanza”. La serendipity della rima. Racconta del movimento nato un anno fa in Sicilia e che coinvolge un centinaio di associazioni di giovani che hanno scelto di combattere contro il fenomeno dell’emigrazione, ora soprattutto giovanile, delle nuove generazioni con titolo di studio, verso aree o nazioni più economicamente favorevoli. Anzi secondo Repubblica la loro idea è quella di “ribaltare il concetto stesso di emigrazione”. E il neologismo “restanza” riassume “il diritto a non partire per forza in cerca di un futuro migliore, a sperare in una vita diversa anche dove per ora gli indici economici sono fra i più bassi d’Italia”. Bel coraggio e in bocca al lupo.
Campobello di Licata è un bellissimo piccolo borgo, certo più affascinante di Lentate sul Seveso; ma Imbersago e la Valle del Curone se la giocherebbero. Non saprei dire se il coraggio della loro restanza sia socialmente, o eticamente, superiore a quello di un loro coetaneo in Brianza si prende sulle spalle l’officina del suo vecchio, l’azienda di famiglia, e ci prova nonostante la crisi e il mondo che non è più quello. Il lavoro, i soldi come risultato del lavoro. E poca o nessuna paura del futuro.
Poi ci sono i dettagli, che spiegano sempre qualcosa in più, proprio come nei film. Sulla piazza di Campobello di Licata, coi ragazzi della restanza, c’era Pier Luigi Bersani. Che con la consueta aria piaciona di chi cerca il calembour da talk, immaginiamo, ha cavato una frase che suona una stupidaggine: “Restare a sinistra”. Meglio: “Poter restare è in modo sacrosanto di sinistra”. Quindi emigrare è di destra? Erano di destra gli operai che salivano nelle fabbriche del nord, a Mirafiori a costruire le auto ma anche la spina dorsale del movimento operaio? Sono di destra i 56 mila giovani laureati che dalla Sicilia sono andati a cercare occupazioni a Milano o in Europa? Facciamo finta che sia stato solo un calembour venuto male. Del resto Bersani ha allargato il cerchio del concetto: “Se non agisci per una crescita collettiva, per i diritti comuni, la ruota non può girare”.
Il che è vero, ma può essere anche di destra: come nel caso del tycoon tecnologici del Texas e delle microimprese che riempiono gli hub lombardi dell’innovazione. Ma c’è un altro dettaglio che non torna, o apre almeno una legittima domanda. I promotori del “Patto per restare” parlano giustamente di condizioni e diritti necessari: “Dalla dignità del lavoro alla sanità per tutti all’equità fiscale”. Denunciano che nella loro terra “non c’è un cinema, non c’è un teatro, non ci sono mezzi pubblici, né salari dignitosi”. Ma a Campobello, dice Carmelo, ingegnere di 33 anni rientrato dopo gli studi “c’è la possibilità di avere spazio, di creare relazioni sociali e opportunità… E’ molto più interessante, in questo momento storico, vivere in Sicilia che in altre parti dell’Europa”. Non c’è dubbio. Ma, esattamente, per fare che cosa? Rilevare un capannone, lanciare una startup, attirare qualche fondo equity che ci investa? Trasformare l’agricoltura? Per ora il movimento ha avanzato una proposta di legge regionale “Sicilia zero disoccupazione” che si ispira a legislazioni sociali come quelle per “i territori a disoccupazione zero” francesi i (Territoires Zéro Chômeur de Longue Durée -sperimentati dal 2016 in molte aree depresse, o la richiesta di impieghi a tempo indeterminato nei territori a forte spopolamento e carenza di servizi. Idee condivise da Svimez.
Ma per il momento si tratta soltanto di sostegno pubblico a un lavoro che non c’è e a nulla che crei lavoro, impresa, iniziativa privata (altro che paura di perderlo). Può darsi che la restanza sia più di sinistra e meglio socialmente meglio della Brianza. Ma la sostenibilità economica, quella che fa i danée non è per quel buco nero da mostri dei film.