Cinema
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L’estranea
La recensione del film di Paolo Strippoli, con Jasmine Trinca, Adriano Giannini, Valeria Bruni Tedeschi
10 OTT 26
Per il cinema, il 2026 è stato decisamente l’anno dell’horror – sappiamo di aver così scontentato il regista Paolo Strippoli. Rifiuta l’etichetta, convinto che possa danneggiarlo: gli spettatori o son fanatici, oppure non amano il genere. Quest’estate però abbiamo avuto “Backrooms” di Kane Parsons e “Obsession” di Curry Barker: stare nel gruppo non è un ghetto, anche in vista degli incassi. Per “L’estranea” gli applausi dei critici – non tutti, perdonateli perché non sanno quello che fanno – sono già arrivati, ora tocca agli spettatori. E ora è la proposta italiana per gli Oscar, qualcosa sta cambiando. Paolo Strippoli racconta la storia più spaventosa di tutti – secondo Stephen King. E’ nota come “La zampa di scimmia”: amuleto che ha il potere di esaudire i desideri. Nel racconto originale sono tre, e ognuno peggiora il primo disastro. Siamo in una bella casa del sud, la famiglia festeggia l’ultimo successo negli affari, la boutique fa ottimi incassi. Il padre è Adriano Giannini, la madre è Jasmine Trinca. Tutto è apparecchiato in giardino per la grande festa, quando il cane di casa – preso da chissà quale raptus – azzanna la figlia Alice. A una gamba, e proprio alla vigilia di un provino in tv. La mamma disperata si rivolge a una misteriosa signora con l’impermeabile incontrata all’ospedale. La figlia guarisce, ma bisogna offrire qualcosa in cambio. Ora il figlio maschio comincia a ingrassare a dismisura.