Balcanica

La recensione del film di Nicola Sorcinelli. con Matilda De Angelis, Ivan Wagae, Babar Karim, Giovanni Toscano

Una cosa va detta subito. Nicola Sorcinelli è un regista coraggioso. Non abbiamo visto i suoi cortometraggi, di certo “Balcanica” segna un notevole debutto. Parla di emigrazione – sulla rotta balcanica, appunto – e per farlo inquadra “non luoghi”. Siamo alla frontiera, poco lontano da Trieste, ma dal paesaggio non si capisce. Sono non-luoghi, appunto: secondo la definizione che ne diede Marc Augé negli anni 90, e da allora fin troppo sfruttata. Di solito, per grandi centri commerciali in mezzo al nulla, o finte piazze senza una panchina. Aggiungiamo la nostra interpretazione: per chi emigra clandestinamente – dall’Afghanistan come i due musicisti del film, padre e figlio, in patria la musica è vietata e qualcuno li ha invitati a Trieste per suonare – sono gli ultimi chilometri da fare a piedi. L’anziano Nazar, direttore d’orchestra, ha un piede malconcio. Con suo figlio Jalil, che suona la tuba, è costretto a fermarsi spesso. Qualcuno dice che è il confine più duro, qualcun altro che ci ha provato tre volte e ne porta addosso i segni, un giocatore di cricket pakistano vuole andare in Irlanda. “Che ci fa una donna sola nei boschi? chiede Nazar prima che la dottoressa volontaria Matilda De Angelis, si prenda cura del suo piede malato. Hanno i telefoni cellulari – ma ricaricarli non è sempre facile. Il cielo è sempre grigio, fa freddo e bisogna ripararsi dai temporali. Premio del pubblico alle Giornate degli Autori.