Il flop di "Digger" e la stroncatura collettiva di Tom Cruise. Bye bye Warner

Il film di Iñárritu è una satira feroce che manda in tilt le aspettative del pubblico. Così l’ultima produzione della Warner Bros diventa un omaggio sfrontato a un secolo di Hollywood e ai suoi cattivi indimenticabili

10 OTT 26
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Foto LaPresse

Sono giorni che vorrei parlare solo di "Digger". A cena, al telefono, nelle chat, infilandomi nelle risse cinefile sui social, anche se non ho più l'età. Vorrei dire a tutti di correre al cinema, fregarsene delle stroncature, delle pernacchie a Tom Cruise, del box-office, di quelli che scambiano un monologo per un comizio. Di tutti i film che ho visto quest'anno, ma facciamo anche degli ultimi cinque, ricordo a fatica i titoli, "Odissea" inclusa. Di "Digger" mi tornano in mente scene in continuazione: la decantazione del sashimi di tonno, il Parlamento europeo come grande uccelliera di vetro, John Goodman presidente degli Stati Uniti che vuole sganciare l'atomica sui cinesi, convinto che il proprio orifizio anale sia in comunione empatica ed escatologica con un pozzo di petrolio in Groenlandia. Se queste cose non vi dicono niente, fatevi un favore: rimediate questo fine settimana. Neanch'io, confesso, avevo molta voglia di vederlo.
Tom Cruise è tra le poche cose rimaste al mondo capaci di trascinarmi al cinema qualunque cosa faccia, eppure il trailer, quando mi sfilava davanti su Instagram, mi lasciava indifferente. C'era un vecchio spelacchiato che accarezzava un gatto malandato. Il vecchio era Tom Cruise, sepolto sotto quintali di trucco per sembrare anziano, visto che il tempo non ci riesce. Il gatto era uno di quei gatti bianchi dei cattivi della Spectre, ma con la rogna. Il regista, Alejandro González Iñárritu, quello di "Birdman", quello di "Revenant", con DiCaprio che si accoccolava nella carcassa di un cavallo sventrato, o di un bisonte, non ricordo più. Il claim della Warner, anche peggio: "Una commedia di proporzioni catastrofiche".
Catastrofiche perché di mezzo c'è un disastro ambientale che innesca un'apocalisse. Commedia perché si dovrebbe ridere. E mi domandavo: in quale universo parallelo Iñárritu che è Iñárritu e Tom Cruise conciato così dovrebbero farci ridere, neanche fossero Mel Brooks e Gene Wilder? Catastrofico è stato il box-office: otto milioni di dollari nel primo weekend americano per un film che ne è costato centoventicinque, forse centottanta, duecento, nessuno lo sa. L'avrete letto anche voi ovunque: "Il peggior debutto di Tom Cruise da diciannove anni", a caratteri cubitali, sparato ovunque. "Digger" ha incassato un quarto di "Verity", thrilleraccio tratto da Colleen Hoover di cui non so nulla, e sento di poter continuare a vivere bene così. "Digger" è anche l'ultimo film della Warner, che da martedì non esiste più: se l'è presa Paramount, e tutte e due insieme ora si chiamano "Skydance" – nome da compagnia low cost, energy drink o rooftop bar di Dubai. E guarda caso, proprio martedì sono andato a vederlo. Mentre aspettavo di entrare, biglietto in mano, in un cinema di Roma zona Ztl, ecco trafelate alla cassa una madre con figlia adolescente. "Due per ‘NAZA'". "Tutto esaurito". Crisi, panico, imprecazioni. "Va bene anche in piedi!", diceva la mamma. "Signora, non si può, mi dispiace".
E mentre immaginavo questa proiezione di "NAZA" con la gente in piedi, stipata, come nei cinema di una volta quando arrivavano i kolossal americani, la figlia tentava una soluzione: "Mamma, guarda se fanno ‘The Bibi Files' al Jolly!". Qualunque cosa sull'Idf, vi prego. Purché subito. Tipo metadone. Per "Digger", invece, niente fila. Eravamo pochi. All'uscita nessuno parlava. Fuori un temporale da fine del mondo. "Digger" ti sfianca come una montagna russa, ti ipnotizza, ti fa anche ridere, ma ti lascia svuotato, immalinconito, però con la certezza di aver visto un grande film: una cosa furiosa, eccessiva, piena di idee. Un film che ti viene addosso come "Judy", l'iceberg della trama di "Digger", una massa di ghiaccio grande sei volte Boston o Philadelphia che si stacca dalla Groenlandia e punta dritta sull'Europa del nord. Appena finito, mentre si riaccendevano le luci, ho pensato che fra dieci, quindici anni, sarà uno di quei film di cui diremo: "Ma ti rendi conto che all'uscita lo massacrarono?". E il massacro, fin qui, è stato esemplare.
"Una commedia di proporzioni catastrofiche". Catastrofico è stato il box-office: 8 milioni di dollari nel primo weekend (ne è costato 125, almeno)
Decine di pezzi con lo stesso giochetto di parole tra "Digger" (scavatore) e Tom Cruise che si scava la fossa, sprofonda nel flop, si avvita in un tunnel, eccetera. Poi, a cascata: "il peggior film della carriera di Tom Cruise", "una catastrofe", recensioni a zero stelle che neanche al cinepanettone più scalcinato. Eppure, com'è ovvio, Tom Cruise qui è magnifico. Anche meglio che in "Magnolia", dove un'Academy meno scema gli avrebbe dato l'Oscar (che non gli darà neanche stavolta, peggio per loro). Ma Tom Cruise non è abbastanza sincronizzato con l'epoca: non un'intervista in lacrime, una campagna per salvare il pianeta, un libro sulla depressione o sul bullismo da piccolo, un Tso, un ringraziamento allo psichiatra, un tracollo pubblico. A sessantaquattro anni corre, cade, si butta dagli aerei, rimbalza, come un Willy il Coyote versione "Top Gun". E la prima volta che si fa vedere vecchio, molle, spelacchiato, lo fa dietro una maschera di rughe finte per ricordarti che è l'ultima, vera star di Hollywood: uno così, quando finalmente inciampa, offre uno spettacolo a cui pochi resistono.
Per la prima volta Tom Cruise si fa vedere vecchio, molle e spelacchiato, ed è magnifico. Ma non è abbastanza sincronizzato con l'epoca
A un certo punto Joyce Carol Oates, ottantotto anni, ha alzato la mano su X per dire che in quegli articoli avvertiva una "gioia sadica. Tom Cruise ha ricordato che ci sono film fatti per incassare il primo weekend e altri che provano a diventare un pezzo di cinema che duri". Come "Magnolia", come "Eyes Wide Shut". E come "Digger". Lo sanno anche i suoi critici.
Di sicuro una parte del disastro dipende dal modo in cui è stato venduto. Pessimo. Ai limiti dell'autosabotaggio. Come se l'ufficio marketing della Warner non avesse idea del film che si ritrovava tra le mani (cosa altamente probabile). Nel 1968 "2001: Odissea nello spazio" era il kolossal su cui una Mgm in affanno si giocava parecchio. La pubblicità prometteva "un'epopea di avventura ed esplorazione"; la gente entrava aspettandosi la fantascienza degli anni Cinquanta e si trovava venti minuti di scimmie, silenzi spettrali, valzer di Strauss. Stroncature, sale che si svuotavano all'intervallo. Poi alla Mgm si accorsero che agli ultimi spettacoli arrivavano capelloni e fricchettoni, tutti lì a gustarsi un acido in prima fila davanti al viaggio cosmico in Cinerama, verso l'infinito e oltre. Nuova locandina, molto psichedelica, la scritta "The ultimate trip".
Nel giro di un anno era il film della controcultura, di John Lennon che dichiarava di vederlo ogni settimana, degli intellettuali che riempivano pagine di mammozzoni filosofici sul monolite. Succederà anche con "Digger"? Non lo so. La Warner ci ha provato in corsa, con uno spot che diceva "decidete voi" e un altro, sparito in poche ore, che metteva gli elogi dei giornali europei accanto alle bocciature americane. "Ci si aspetta che ‘Digger' giochi nello stesso campionato dei film di Netflix su cui buttare un occhio mentre ci si addormenta", ha scritto Guia Soncini in un gran pezzo su Linkiesta, e il problema è proprio questo. La parola "commedia" forse doveva rassicurare. L'ha usata per primo Iñárritu, che scrivendo il copione dice di aver pensato a "Vogliamo vivere!" di Lubitsch: un'apologia del teatro, un monumento al narcisismo degli attori, una colossale presa per il culo dei nazisti girata quando i nazisti stavano vincendo ovunque (sì, Lubitsch faceva stare tutto questo in novanta minuti). È finita con "Variety" che ripete che "‘Digger' non fa ridere" –
che è come dire che "Oppenheimer" ci sono poche esplosioni – che ricorda allo sfinimento che "non è" il "Dottor Stranamore" di Kubrick, quella sì una vera satira sulle follie del potere, mica questa (vorrei poi conoscerli, quelli che si ammazzano dalle risate con "Stranamore"). In "Digger" si ride, ma non come prometteva il claim. Iñárritu sopravvaluta il pubblico di oggi. Un pubblico che vuole film a forma di gita organizzata: l'accompagnatore con l'ombrellino alzato che lo raduna davanti a ogni scena, gli spiega cosa sta guardando, cosa deve pensarne prima di risalire sul pullman. I critici sono quelli che, per dire, a Tarantino rimproveravano il finale di "C'era una volta a... Hollywood", perché salvava Sharon Tate anziché farla massacrare dalla banda di Charles Manson (grazie per la segnalazione), in un film che ha "C'era una volta" nel titolo (e "Digger", del resto, si apre con un sipario che si alza).
Se a questo pubblico dici "commedia" pensa a qualcosa di leggero, non si aspetta di ritrovarsi a parteggiare, anche solo per cinque minuti, per Digger Rockwell: spregevole, spaventoso, e però anche simpatico, umano, come tutti i cattivi scritti bene. Il pubblico di oggi odierebbe tre quarti della commedia all'italiana. Chiederebbe la testa di Bruno Cortona, che alla fine del "Sorpasso" si rialza dalla curva senza un graffio mentre Trintignant è in fondo alla scarpata: che i paraculi la facciano sempre franca è un messaggio sbagliato.
Di messaggi sbagliati "Digger" ne ha per tutti. Perché dentro ci sono almeno tre film. Il primo piacerebbe anche alla madre e alla figlia in astinenza da "NAZA": è il film della condanna del capitalismo e del Sistema, sempre mostruoso, sempre scemo, sempre americano (mai Putin, mai gli ayatollah, mai la Cina). Un film con un cattivo perfetto da odiare, anzi due: un petroliere texano con la pappagorgia e un presidente invasato che si gratta sempre il culo. Il secondo è uno sfottò delle satire del potere fatte apposta per confermare al pubblico di stare dalla parte giusta, quindi didascaliche, prevedibili, sempre quelle. Il terzo strizza l'occhio al manifesto di "La sera della prima" di Cassavetes che si intravede dietro Tom Cruise in un paio di scene: sì, stai guardando una cosa sugli iperbolici rimescolamenti di verità, finzione, catarsi, che nel frattempo si sono fatti più complicati che mai (Gena Rowlands almeno non aveva Instagram). E poi c'è il monologo. I dieci minuti di cui discutono tutti, prendendolo molto alla lettera – molto politico, troppo poco politico, forse complice, però coraggioso, con denuncia, senza denuncia. Il comizio, appunto.
Che è invece una versione "Riccardo III" delle acrobazie di Tom Cruise: niente aerei, niente grattacieli, solo lui, quella luce che incombe, il Parlamento europeo che diventa un teatro elisabettiano con le urla da wrestling e il cattivo che si prende la platea. Alla fine, "Digger" frega tutti i suoi spettatori: quelli che vogliono salvare il pianeta, quelli che odiano i miliardari, quelli che amano odiare i film col messaggio impegnato, quelli che si credono più intelligenti dei primi tre. "Digger" è un film sul nostro bisogno di avere un cattivo a cui intestare tutti i mali del mondo. Al cinema, nella vita, sui giornali – e la "gioia sadica" di cui parlava Oates è la sua ultima scena, girata fuori dalla sala. Al cattivo, però, "Digger" dà le battute migliori, la luce migliore, la faccia di Tom Cruise. Perché in fondo è solo il ritratto di una magnifica, indigesta canaglia. E qui siamo in pura filosofia Warner Bros.
"Digger" è un film sul nostro bisogno di avere un cattivo a cui intestare tutti i mali del mondo. E alla fine frega tutti i suoi spettatori
Negli anni d'oro ogni studio aveva la sua specialità: la Mgm aveva le dive, le scalinate, i lampadari déco, "più stelle che in cielo". La Paramount aveva lo champagne, Marlene Dietrich, le camere da letto parigine ricostruite a Hollywood. La Universal i mostri. E la Warner aveva pochi soldi. Era lo studio della Depressione: film da settanta minuti, luci basse, storie prese dalla cronaca nera. Al posto delle bellezze facce da pugile, Cagney, Robinson, Bogart. La censura pretendeva che alla fine morissero: la Warner obbediva negli ultimi cinque minuti, ma negli altri sessantacinque li faceva amare al pubblico. Jack Warner aveva capito una cosa prima di tutti: al cinema devono vincere i buoni, ma si esce ricordandosi il cattivo. E per un secolo li ha messi in fila.
James Cagney, Bette Davis, che la carogna la faceva meglio degli uomini, Alex di "Arancia meccanica", Jack Nicholson con l'ascia in "Shining" (altro film stroncatissimo all'epoca); De Niro e Joe Pesci in "Quei bravi ragazzi", tutti i Joker, e anche Willy il Coyote, cattivo delle Looney Tunes per cui si è sempre fatto il tifo. Digger Rockwell è l'ultimo della galleria, con la pala del nonno, il gatto con la rogna, il cappellone texano. E io trovo bellissimo che l'addio di una casa che ha fatto grande Hollywood, la sua spettacolare uscita di scena poco prima di diventare "Skydance", sia un film così folle e spericolato, il ritrattone di una gran canaglia con la faccia di Tom Cruise all'ospizio: un antiblockbuster da duecento milioni di dollari che forse non rientreranno mai. That's all, folks!
Jack Warner aveva capito che al cinema devono vincere i buoni, ma si esce ricordandosi del cattivo. Digger Rockwell è l'ultimo della galleria