Cinema
Nuovo cinema Mancuso •
Un po' di luce
La recensione del film di Ali Asgari, con Missagh Zare, Sadaf Asgari, Farouzan Jamshidnejad, Ramtin Daghigh
3 OTT 26
Il cinema iraniano ci ha abituati a vicende minime su sfondi complicati. Fin dal primo regista comparso all’orizzonte, una delle imprese riuscite di Marco Müller. “Dov’è la casa de mio amico?” di Abbas Kiarostami racconta un quaderno di scuola rimasto per sbaglio nella cartella di un compagno, e il viaggio per riconsegnarlo evitando la punizione. “Il palloncino bianco” di Jafar Panahi racconta una bambina che esce per comprare un pesce rosso (in Iran è capodanno) e perde i soldi. Poi sono arrivate le storie più cupe, e un regista come Panahi deve girare i suoi film di nascosto, quando non dal carcere. L’anno scorso di Ali Asgari avevamo visto “Divine Comedy”, le proiezioni semiclandestine di un film censurato (il suo precedente: “Kafka a Teheran”, e per una volta kafkiano non era usato a sproposito). Ora vediamo un ambulatorio medico distrutto: il dottore ha perso il lavoro – ha curato le ferite di giovani manifestanti – e vuole suicidarsi. Come il protagonista di “Il sapore della ciliegia” di Abbas Kiarostami, anno 1997: aveva trovato il posto e scavato la fossa, cercava qualcuno che ricoprisse di terra il suo cadavere. Il nostro dottore ha famiglia, quindi vuole avvertire i familiari. A uno a uno, il tempo perché questo breve film metta in scena qualche colloquio, tragico nella sostanza ma “normale” nella forma. Seduti al tavolo, bevendo tè, parlando del più e del meno. Film ridotto ai minimi termini, eppure funziona.