Cinema
Nuovo cinema Mancuso •
Mio zio Jens
La recensione del film di Brwa Vahabpour, con Peiman Azizpour, Hamza Agooshi, Sarah Francesca Braenne
3 OTT 26
Zio Jens arriva di notte, sotto una pioggia battente. A casa del nipote Akam, un giovanotto che sta in Norvegia e insegna ai ragazzini di una scuola. “Sono davanti alla tua porta”, dice. “Ti ho chiamato un sacco di volte”, aggiunge a sua scusante. Appena si siedono a un tavolo, con i panni asciutti, arriva la domanda che ogni genitore, dopo un periodo di lontananza, rivolge al rampollo. “Perché sei così magro, non ti danno da mangiare?”. Inutile ribattere, bisogna solo chiedere di abbassare la voce: “Ho dei coinquilini”, spiega il giovanotto. E infatti si manifesta un giovanotto con i capelli lunghi ben oltre le spalle. Seguiranno altri piccoli attriti: i ripiani del frigo, zio Jens fuma. Quando esce, va in un locale di emigrati curdi come lui. Lì incontra compatrioti che hanno cercato di adattarsi, a Oslo hanno un lavoro e un po’ di soldi. Hussein per esempio, che in patria era un Peshmerga, combatteva per l’indipendenza del Kurdistan. Lo zio Jens –in realtà si chiama Khdr – non ha mai impugnato un fucile, ma è stato costretto a abbandonare figli e famiglia per salvarsi la vita. Dopo una vita di solitudine – o almeno così sembra – Akam conosce una norvegese biondissima, che gli fa anche un po’ di corte. Proteggere lo zio? Farsi una vita propria? Vivere come in Kurdistan? Oppure farsi corteggiare una fanciulla che – per i casi della vita e soprattutto della drammaturgia – di mestiere lavora all’ufficio immigrazione?