Cinema
Nuovo cinema Mancuso •
La città dei vivi
La recensione del film di Edoardo Gabbriellini, con Emanuele Maria Di Stefano, Gaia Merlonghi, Valerio Mastandrea
3 OTT 26
Chi ha letto “La città dei vivi” di Nicola La gioia teme di ritrovare nel film certe scene cruente. Non c’è altro aggettivo, gli americani le descriverebbero come “graphic”. Niente paura, non ci sono. L’atroce delitto e prima ancora le torture che ebbero come vittima Luca Varani di anni 23 non vengono mostrate sullo schermo. Rimangono fuori campo nella loro ferocia. E casualità nella scelta della vittima, appartenente a una famiglia di giostrai. Il padre è Valerio Mastandrea, nel ruolo da cane bastonato che ormai gli si è appiccicato addosso – vedi anche, sempre dalla Mostra di Venezia e già nelle sale, l’infermiere all’obitorio che filosofeggia tra le salme nel film di Gianni Amelio “Nessun Dolore”. La scelta è sicuramente audace, il delitto è rimasto impresso nella memoria collettiva per le sue atrocità. Vincente, però: degli assassini sapevamo parecchio, molto meno della vittima. Figlio di un giostraio ambulante, molte scene inquadrano il giovanotto nel lavoro quotidiano: montare e smontare le attrazioni, organizzare la biglietteria. Poi c’è la fidanzata, e ci sono le partite a carte serali con i genitori. Il film ora non ha più bisogno del romanzo, si regge benissimo da solo, come una storia di periferia – le nuove periferie, non quelle che piacevano a Pier Paolo Pasolini. I fratelli D’Innocenzo hanno ritirato la firma, per divergenze artistiche con il regista. Nicola Lagioia invece ha molto apprezzato.