Maigret, l'amore e la morte

La recensione del film di Pascal Bonitzer, con Denys Podalydès, Anne Alvaro, Domique Reymond

25 SET 26
Ultimo aggiornamento: 15:13
Fa tenerezza. Per quanto è fuori dal mondo. Nessuno si agita, tutti rispondono calmi e tranquilli al commissario Maigret. D’accordo, è tutta gente di buona famiglia, con incarichi di prestigio - il commissario viene convocato in Quai d’Orsay, ministero degli Affari Esteri. Il morto è un ex ambasciatore: Monsieur Berthier-Lagès. C’è una principessa de Vuynes, da poco vedova. E un’affezionatissima governante, la Anne Alvaro che ricordiamo dal film di Agnès Jaoui “Il gusto degli altri”, accanto a Jean-Pierre Bacri: un’attrice che gli dovrebbe insegnare l’inglese e trascina il buzzurro industriale in una serie di figuracce. Qui ha la parte ingrata della serva-padrona, intrufolata nella nobile e danarosa famiglia, ma con l’occhio giudicante. Se ne poteva fare un film anni ‘60, rispettando l’epoca del romanzo. Pascal Bonitzer - regista classe 1946 che non si fa granché ricordare, eppure ha diretto una dozzina di film - trasporta la vicenda nel 2000. I tempi, la calma, i modi, gli abiti e le pettinatura delle signore restano vecchiotti. Il risultato non è brillante. Il ritmo delle domande e delle risposte è lento come in un antico telefilm. Lo spettatore neanche troppo accanito scopre il colpevole molto prima del commissario. Per tacer del finale. Non è ancora nato chi riesce a far meglio del caro George Simenon, quando al centro dell’indagine c’e un carteggio durato 50 anni. Unico grande pregio: dura un’ora e venti.