I figli della scimmia

La recensione del film di Tommaso Landucci, con Riccardo Scamarcio, Fausto Russo Alesi, Andrea Aggio

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Classe 1989, Tommaso Landucci è al suo primo lungometraggio. Riuscito e coraggioso. Racconta un padre, suo figlio in sedia a rotelle, l’antipatico cognato padre di un ragazzo modello sportivo e bravo a scuola. “I figli della scimmia” viene da una favola di Esopo: la scimmia ha due cuccioli, ma ne ama e protegge soltanto uno. Fino a soffocarlo, mentre il figlio trascurato sopravvive. Per anni il giovane aspirante regista è stato l’ombra di Luca Guadagnino. Sul set di “Chiamami con il tuo nome”, e poi di “A Bigger Splash”. Ha conosciuto James Ivory, che in questo debutto è produttore esecutivo – facendo morire di invidia gli altri registi italiani, non solo debuttanti, che non si allontanano mai troppo da Cinecittà. La sceneggiatura, firmata dal regista medesimo con Damiano Femfert, ha vinto il premio Solinas. Poi il Grand Prize al Jerusalem Sam Spiegel Film Lab 2025. Alla Mostra di Venezia, sezione Orizzonti, è arrivato un doppio premio: film e attore. Riccardo Scamarcio recita – non recita, è un realismo molto naturale – come se da questo dipendesse la sua futura carriera. Mossa azzeccata. Al netto della lunghezza – sfiora le due ore, bastava un’ora e mezza – il film è molto coraggioso. Mette in scena l’invidia di un padre amorevole e devoto per il nipote che a 15 anni può fare il motocross. Umori, stanchezze, litigi tra fratelli – oltre a vestizione, ginnastica, bagno, terapia in piscina – sono benissimo dosati.