Serpenti

La recensione del film di Roberto De Paolis Maino, con Leonardo Lidi, Alessandro Borghi, Pietro Castellitto

12 SET 26
Ultimo aggiornamento: 13:15 | 14 SET 26

Screenshot da account YouTube Be Water Film di Serpenti

Un tizio entra in un commissariato per confessare che ha appena ucciso la moglie. Non è l’inizio di una barzelletta, ma di questo film che subito vira verso l’assurdo. Quel tipo di avventure da commissariato e tribunale che sembrano non finire mai. Salga le scale, scenda le scale, aspetti qua, il commissario è fuori stanza, qui ci sono turni e precedenze, cosa crede, ma lei cosa ci fa qui? (quando ti dimenticano in una saletta per ore). Paolo Marra – l’attore è Leonardo Lidi, volto impassibile dall’inizio alla fine – esce dopo aver ucciso la moglie. E’ successo in casa. In un giorno qualunque. Ora è assalito dal senso di colpa – quel peso che si fa sentire dopo, mai prima: eppure basterebbe qualche scrupolo, anche piccolo – e vuole costituirsi. Cammina verso il commissariato, chiede di entrare per confessare l’uxoricidio, e lo parcheggiano su una sedia. Attorno non c’è mica la folla, ogni tanto passa un agente. Per esempio Alessandro Borghi, che lo ascolta. Ma poi bisogna aspettare il superiore. Altra attesa. Gli dicono che deve avere un avvocato, e gliene procurano uno d’ufficio – Pietro Castellitto, che lo riceve nella vicina pasticceria. “Serpenti” è scritto da Roberto De Paolis Maino e dai fratelli Damiano e Fabio d’Innocenzo con cristallina semplicità, senza arzigogoli e fioriture, e diretto con altrettanta linearità – ma ormai le pareti gialline ricordano “Backrooms”. Era alla Mostra di Venezia, un momento di respiro tra tanti film con pretese.