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Femminismo scottante e dialogo mai stanco. La vita breve e attraversata con cura di Carla Lonzi
Il documentario di Francesca Archibugi restituisce la vitalità, le contraddizioni e l’intransigenza di una donna che volle sottrarsi all’ordine maschile. Una scossa intellettuale che, a cinquant’anni di distanza, non ha ancora smesso di fare effetto
12 SET 26

“Dentro e fuori dal mondo” di Francesca Archibugi (prodotto da Fandango) è stato presentato alla 83esima Mostra del Cinema di Venezia, nelle Giornate degli autori
“Ora io non ho intenzione di cedere, naturalmente, e mi rendo conto del perché poi una donna può cedere. Perché il bisogno di autonomia entra in un tale contrasto col bisogno di amore, e il bisogno di amore è sentito così forte che prende il sopravvento sul bisogno di autonomia. Però questa è la fine”.
Carla Lonzi, “Vai pure”
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Carla Lonzi è la donna che più di chiunque altro in Italia ha posto la questione, non solo teorica, di sottrarre le donne a un ordine dato, a un mondo prestabilito (dagli uomini, naturalmente). L’ha fatto scrivendo, vivendo, ponendo problemi, sottraendosi alla vita pubblica, discutendo con le altre donne. “Comunichiamo solo con donne” è l’ultimo punto del Manifesto di rivolta femminile, scritto nel 1970. Scandaloso, esagerato, imprevisto, ma come si permette, ma che assurdità. “Non salterà il mondo se l’uomo non avrà più l’equilibrio psicologico basato sulla nostra sottomissione” (questa frase, letta e riletta, cambia qualcosa per sempre). Carla Lonzi aveva trentanove anni nel 1970, un figlio che era ancora un bambino, aveva scoperto nel 1968 in America di avere un tumore, si era operata. Amava Pietro Consagra, artista, scultore, e l’ha amato fino alla fine nonostante l’impossibilità di risolvere il loro rapporto (personale e universale) nel dialogo (è morta a cinquantun anni perché il tumore è tornato), ha attraversato questa vita breve con grande noncuranza e con immensa cura: per le parole e per le relazioni. Le parole con cui raccontare l’arte, prima, e definire e esercitare la differenza femminile, poi. Le relazioni con le amiche, con le compagne del gruppo di rivolta, con gli uomini e con Consagra. I suoi libri sono fondamentali per dare una scossa al cervello, per ricominciare a pensare e a ragionare, da quasi zero.
Francesca Archibugi vide Carla Lonzi per la prima volta molti anni fa, da ragazzina nei corridoi di scuola. La trovò carismatica e irresistibile
Alla Mostra del Cinema di Venezia, nelle Giornate degli autori, Francesca Archibugi ha appena portato il suo documentario su Carla Lonzi, prodotto da Fandango, Carla Lonzi, dentro e fuori dal mondo. E’ un film molto speciale, non solo perché è speciale il legame di Francesca Archibugi con Lonzi: il suo compagno, e autore delle musiche del documentario, il jazzista Battista Lena, è quel bambino, figlio di Carla Lonzi, che nel 1968 viene “sparato come un proiettile”, tutto solo, in America a trovare la madre, operata d’urgenza. “Sparato come un proiettile” si trova nel film e nello sterminato diario di Carla Lonzi, “Taci, anzi parla”, pubblicato nel 1978 negli Scritti di rivolta femminile (i famosi, meravigliosi libretti verdi che a volte si trovano ancora alla Libreria delle donne di Milano) e adesso nella collana La tartaruga (che sta ripubblicando tutti gli scritti di Lonzi). “Sparato come un proiettile” ha la voce di Carla Lonzi ricreata con l’intelligenza artificiale, così che la voce fuori campo è sua quasi quanto le parole. Che indagano l’arte e poi la vita, il posto di una donna nel mondo, la continua possibilità di essere fraintese. Anche la cronaca divertita di un medico americano “più che scandalizzato per la mia leggerezza”.
Il legame speciale con Carla Lonzi è nato molti anni fa, quando per la prima volta Archibugi ragazzina di liceo la vide da lontano, nei corridoi della scuola, trovandola carismatica e irresistibile. Era la madre del suo amico di scuola tredicenne, e poi fidanzato, padre dei suoi figli, compagno di una vita, Bat, ma era soprattutto una donna che ascoltava, faceva domande, sapeva dare importanza e valore a chi aveva davanti. Archibugi lo racconta con timidezza e ammirazione nel film, mentre il figlio di Carla Lonzi offre sua madre agli spettatori con altrettanta timidezza e ammirazione, ma con nettezza, e guarda e riguarda insieme a noi materiali privati e quindi eccezionali, eccezionalmente commoventi. Momenti intimi di felicità, il sole sui corpi nudi, momenti famigliari, fotografie di viaggio, momenti di discussione, momenti di dolore in cui però il dolore non passa, perché è più grande la forza di Carla Lonzi nell’affrontarlo. Sempre con un libro e una matita in mano, anche quando metà del viso era coperta da una benda e leggeva con un occhio solo e faceva lo stesso le riunioni.
“Mi sono incamminata senza seguire nessuno. Non ho avuto bisogno di sbandierare ideologie, né di gratificarmi politicamente: stavo e sto vivendo e chiarendo e oltrepassando i limiti posti dalla cultura e dalla società maschile ai rapporti umani. Per me la società augurabile è solo quella in cui esiste la possibilità di vivere questi rapporti”.
La grande vitalità e tormentata libertà di una donna, felice anche di dedicarsi alla descrizione di una gonna rosa, la cintura verdina, una camicetta bianca
Tutto questo accade sempre dentro e fuori dal mondo. Un mondo che definisce le femministe pericolose, estremiste, aggressive. “Esagerano”, dice una donna nel filmato anni Settanta che apre il documentario. “Esagerano”, dicono molti anche oggi, lo dicono anche le donne. Esagera, dicevano di Carla Lonzi già allora. Lo dicevano gli sconosciuti, lo dicevano a volte le amiche, le donne che dall’innamoramento per Carla Lonzi passavano alla grande fatica di avere a che fare con Carla Lonzi, che richiamava a un’intransigenza più alta, e costante.
“Secondo Marisa, io intraprendo con gli altri relazioni patologiche. Ho un aspetto patologico. Voglio rispecchiarmi e sentirmi sempre dire che sono straordinaria, altrimenti non so vivere. Quando lo specchio non funziona, crollo. Secondo lei ho un narcisismo fortissimo, non so accettare la solitudine e avere senso di me in solitudine”.
Archibugi restituisce la complessità di una donna che analizzava profondamente le critiche, che se le caricava addosso e non smetteva di pensare e di ragionare, che sperava, credeva, poi non credeva più, di poter risolvere tutto nel dialogo. Il dialogo sopra ogni cosa. Il dialogo continuo, mai stanco. Le parole per dire la sopraffazione, le parole per dire: io esisto e non voglio più esistere solo in rapporto all’uomo: su questo si basa la lotta e si basa la libertà. La donna clitoridea e la donna vaginale, Sputiamo su Hegel, sono libri nati dopo la cesura con il mondo dell’arte. Battista Lena individua nella malattia il momento del cambiamento, del passaggio a questo femminismo scottante, mai escludente, interessato alla materia viva dell’esistenza.
“Esagerano”, dice delle femministe una donna nel filmato anni 70 che apre il documentario. “Esagerano”, dicono molti anche oggi
Guardando il film ho ripensato alla quadrilogia di Elena Ferrante, L’amica geniale, all’incontro della protagonista, Elena, con Carla Lonzi attraverso i libri: “Mentre i maschi si dedicano a imprese spaziali, la vita per le femmine su questo pianeta deve ancora cominciare. La donna è l’altra faccia della terra. La donna è il Soggetto Imprevisto. Liberarsi dalla sottomissione, qui, ora, in questo presente. L’autrice di quelle pagine si chiamava Carla Lonzi. Com’è possibile, mi dissi, che una donna sappia pensare così? Ho faticato tanto sui libri, ma li ho subiti, non li ho mai veramente usati, non li ho mai rovesciati contro sé stessi. Ecco come si pensa. Ecco come si pensa contro”. Com’è possibile che una donna sappia pensare così? E’ quello il momento in cui il cervello ha una scossa e spesso dice: basta. Nel romanzo di Elena Ferrante, Elena cerca di condividere il suo entusiasmo con Lila, riconoscendole quell’autonomia di pensiero, quella capacità di esistere che a lei manca. Le parla al telefono della donna clitoridea, della donna vaginale, del gruppo femminista a cui partecipava, e la risposta di Lila è indimenticabile: “Ma che cazzo dici, Lenù? Il piacere, la fessa, qua i problemi sono già tanti, sei pazza”. Le dice: non buttare il tempo, fa’ le cose importanti.
E invece Carla Lonzi aveva colto il punto più profondo, e anche le persone intervistate in questo film (persone di famiglia, le compagne di allora, filosofe femministe, docenti, storiche, artiste) lo confermano: andava alla radice del problema.
Era presto, era tardi, era troppo sola, proprio lei che secondo la sua amica non poteva stare sola? E che diceva: adesso basta, ci vuole l’assenza. Via dalle celebrazioni della manifestazione creativa maschile, smettiamola di fare le ancelle. Era tutto così scabroso, è ancora così scabroso. Resta moltissimo di lei, e per fortuna questo film, con la sua faccia, i suoi movimenti, quei filmini un po’ rovinati che mostrano il grande amore tra un uomo e una donna, e la grande vitalità e tormentata libertà di una donna felice anche di dedicarsi alla descrizione di una gonna rosa, la cintura verdina, una camicetta bianca. “Ero felice”, dice Carla Lonzi. Felice con quella gonna rosa, la cintura verdina, la camicetta bianca, Pietro Consagra che la fotografa sul fondo di una costruzione luminosa della fiera internazionale di Sant’Antonio, che le fa quindi per sempre da aureola. Lì anche il cappotto è rosa, la sciarpa rossa. Archibugi dice che era così elegante, ma non in un modo borghese.
“Capisco quanto posso aver lasciato cadere nel percorso fatto finora, e a volte mi spavento osservando ciò che è stato e ciò che poteva essere, ma capisco che niente mi avrebbe dissuaso dal rivolgermi all’essenziale. Ora il superfluo attira tutta la mia attenzione e i miei desideri”. Questo film sarà al cinema per tre giorni, 26, 27 e 28 ottobre. Andate a conoscere Carla Lonzi e a riconoscerla.
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Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. Dirige Review, la rivista mensile del Foglio. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.
