Dopo l’inizio col botto, ecco le dolenti note

“Bunker”, con la coppia Javier Bardem-Penélope Cruz, e “Company” di Casey Affleck sembrano concept store. Guardando invece “Una storia”, non stupisce che poi le donne deludano a Venezia

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(Foto La Presse)

Dopo una partenza trionfale – il nostro preferito rimane “Wild Horse Nine” di Martin McDonagh, uno che sa scrivere davvero, prima di girare – qualche cedimento. Lo aspettavamo (la sapienza deriva dall’aver frequentato troppi festival) ma la delusione resta. I due film in concorso “Bunker” e “Company” appartengono alla nefasta categoria dei concept movie – come i concept store: negozi che se la tirano, e vendono al cliente soprattutto l’esperienza.
“Bunker” di Florian Zeller porta al Lido orfano di divi americani la coppia Javier Bardem-Penelope Cruz. Lui è un architetto di successo, lei lavora in una casa editrice, frenata nella carriera dal fatto di lavorare in una lingua non sua (sono spagnoli a Londra). Hanno due figlie, all’inizio del film un vicino sistemato in un ex garage per avere un po’ d’aria e sole apre una finestrella sul loro giardino.
Javier Bardem – nel film si chiama Miguel – è contrario. Non vuole sentirsi osservato (in effetti, casa sua ha le pareti trasparenti: spettacolari, ma non adatte a difendersi dai curiosi). Il vicino continua a martellare. La consorte accoglie uno scrittore fascinoso, lui riceve un’allettante proposta di lavoro. Il cliente vuole un bunker alle Hawaii, capace di ospitare una ventina di persone. Teme che una catastrofe spazzi via l’umanità e vuole un piano B.
Arriva – a mo’ di didascalia nelle varie scene, già piuttosto lente perché il regista ha speso soldi per casa e arredamento, quindi mostra ogni dettaglio – il Dilemma Morale. E’ giusto mettersi in salvo da soli? A sottolineatura e controcanto, arrivano due rapinatori nervosi e violenti: vogliono le carte di credito e la combinazione della cassaforte. Arriva in soccorso il vicino, che ha osservato la scena dalla finestrella abusiva. Nessuno si salva da solo – tranne lo spettatore che non cadrà nella trappola del film patinato.
“Company” di Casey Affleck è un racconto a scatole cinesi. Una ragazza a una festa (anni 50 del secolo scorso, si è presentata dicendo di essersi persa) comincia a raccontare una storia. Dove si parla di una ragazza che racconta una storia. Il regista ha chiamato a raccolta l’intera famiglia. Il film è dedicato ai genitori; la sua fidanzata recita; suo figlio Caleb Affleck, debuttante, è il leggiadro vampiro (non sapremmo come altro chiamarlo) che si aggira tra le nevi e i pini del Colorado. Ma l’idea per il film, racconta Affleck, gli è venuta in Transilvania. La forma estrema del concept film è infatti il film-quiz, gli spettatori escono chiedendo: “Ma secondo te, la capannuccia era sempre la stessa? E le ragazze?”.
Preceduto da roboanti quanto impavide dichiarazioni, è arrivato nella sezione Orizzonti “Una storia”: primo film diretto da Anna Foglietta, con Alba Rohrwacher e Guido Caprino. Titolo: “Una storia”. Vale per una storia qualunque, una storia di gente comune. E qui lo spettatore comincia a mostrare una certa irritazione.
Almeno al cinema, vorrebbe una storia interessante, ben congegnata e ben scritta. Qui succede che la figlia lascia il nido per andare all’università, e la coppia implode. Perfino dire “si sfascia” avrebbe un che di spettacolare che la regista accuratamente evita. Coltivando però – bontà sua – la convinzione che tutti abbiano una storia interessante da raccontare. Lei, in compenso, si esprime cosi: “La protagonista del film è abitata magistralmente da Alba Rohrwacher”.
Aggiunge di aver “amministrato il set con luce e gentilezza, le donne son così”. Nessuno si stupisca – nota nostra – se non fanno grandi cose. E in concorso alla Mostra di Venezia scarseggiano.