Addio mondo, vado a vedere Luca Guadagnino

Guida pratica per sopravvivere all'infinito e bellissimo nuovo lavoro di Luca Guadagnino, “Joie de vivre. Appunti, pensieri, parole, riflessioni, volti, visioni su Bernardo Bertolucci e la cinefilia del 20° secolo che non esiste più”, il cui titolo è degno della durata 

8 SET 26
Ultimo aggiornamento: 16:59
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(Foto Ansa)

A Venezia è il giorno di Luca Guadagnino e del suo “Joie de vivre. Appunti, pensieri, parole, riflessioni, volti, visioni su Bernardo Bertolucci e la cinefilia del 20° secolo che non esiste più”, un documentario di sette ore e mezza di cui una e un quarto solo per leggere il titolo. La prima proiezione è fissata alle nove di mattina: chi dorme fuori dal Lido è costretto a una sveglia nel bel mezzo della notte per raggiungere con il battello la Sala Casinò. Mentre il sole inizia ad alzarsi dal mare e a scaldare il piazzale antistante il Palazzo del Cinema, nella sala in questione cominciano ad arrivare alla spicciolata i coraggiosi spettatori – fra i quali il sottoscritto, reduce da una serata passata alle feste e con sole due ore di sonno all’attivo. Come ci si prepara a una proiezione così lunga? Quanto caffè? Fortuna che non vengono negati i diritti umani e in sala è possibile introdurre generi di conforto e prima necessità. Alcuni spettatori sono ben attrezzati: oltre all’acqua e a qualcosa da mangiare hanno con sé anche un cuscino anti decubito, uno da viaggio per il collo (se ti prende l’abbiocco), i sali; molti sono anche cateterizzati. Assentarsi per quasi otto ore dalla vita, per giunta per entrare in una sala dove stare seduti composti a luci spente, è un’esperienza di pre-morte che rende questa proiezione un esperimento interessante: sono presenti in sala anche due scienziati della Nasa per studiare gli effetti sul corpo umano di una così prolungata sedentarietà ed esposizione al buio. Alcuni spettatori si abbracciano un’ultima volta con i parenti prima di entrare in sala; una signora di Venezia, alquanto anziana, mi confida di aver fatto testamento il giorno prima perché “a quest’età non posso essere così sicura che arriverò a vedere la fine del film”. Prima che le tende della sala siano tirate e si spengano le luci, noi cavie facciamo in tempo a vedere la troupe di “Chi l’ha visto?” posizionarsi fuori dal Casinò per immortalare, fra sette ore e mezza, il momento in cui noi che nel frattempo verremo dati per dispersi e le cui scomparse verranno denunciate dai rispettivi cari, noi dicevo verremo ritrovati dalla trasmissione di RaiTre all’uscita della sala. Puntualissimo, alle nove parte il film ma anche l’aria condizionata, e l’esperienza – già al limite di per sé – tocca livelli allucinatori: la temperatura in sala scende di circa 87 gradi, e una sciabolata artica si abbatte su noi spettatori di Guadagnino. In pochi minuti la Sala Casinò diventa un abbattitore: blocca la proliferazione dei nostri batteri (mantenendo intatta la nostra freschezza, i nostri colori, i nostri profumi) e iberna il nostro metabolismo; così facendo, la proiezione ci restituirà al mondo esattamente così come lo avevamo lasciato otto ore prima. Ma poi accade l’inimmaginabile: tre ore e mezza dopo, sul grande schermo appare la scritta “Fine Prima Parte”; e si riaccendono le luci in sala. E la seconda parte? Domani, sempre alle nove di mattina. Eh no però! Come diceva Fellini non si interrompe così un’emozione, ma neanche un sequestro di persona – senza nessun riscatto pagato né il taglio di una ciocca di capelli, un pezzo d’orecchio, una falange. Non si può fare e programmare un documentario di sette ore e mezza e poi non avere il coraggio, la vera radicalità, di darlo tutto e tutto insieme. Oltretutto noi che abbiamo visto la prima parte non possiamo andare alla seconda: lo sanno tutti che un corpo, una volta scongelato, non si può più surgelare. Peccato, perché questo documentario di Guadagnino su Bertolucci è veramente bellissimo.