Tinto Brass oltre le chiappe

Uno dei grandi titoli della breve ma intensa fase “pop art” del cinema italiano, “Col cuore in gola”, è stato restaurato da Netflix e dalla Cineteca nazionale per il Festiva di Venezia. Così si riscopre il Tinto d’avanguardia
7 SET 26
Immagine di Tinto Brass oltre le chiappe

Al Festival del Cinema di Venezia è stata proiettata l’anteprima della versione restaurata di “Col cuore in gola” di Tinto Brass, 1967

Tinto Brass, la mia generazione l’ha scoperto alla rovescia. Per anni fu sinonimo di vampate ormonali e primi bollori, soprattutto per chi, bambino negli anni Ottanta, rimaneva molto turbato dalla giarrettiera di Stefania Sandrelli in La chiave – agognato vhs da scambiarsi di nascosto, custodire nel cassetto più segreto, in un’epoca senza YouPorn (salvo poi scoprire che, visto per intero, era invece una specie di Conformista di Bertolucci, non poi così sporcaccione). Era il Tinto Brass “re dell’eros” e cioè gran cantore delle chiappe, quando ancora non si diceva “lato B” o “fattore C”. Chiappe possibilmente grandi, che tornavano sempre come una firma nei suoi film – en plein air, spiate dal buco della serratura, messe in fila come soldatini. Prendendo molto alla lettera l’idea del “culo specchio dell’anima”, aforisma di cui va molto fiero, Brass ci aveva visto lungo: in questi anni le chiappe oversize e ondeggianti hanno spodestato le tette, sono diventate pop, Kim Kardashian ne ha fatto il grande feticcio del XXI secolo, totem dell’èra gender fluid: spopolano tecniche e esercizi per tirarle su, hanno una loro danza rituale – il twerking – un pantheon di icone – Kardashian, Jennifer Lopez, Beyoncé o Lizzo, se proprio si vuole esagerare; mentre quelle di Tinto Brass erano Claudia Koll, Debora Caprioglio, Francesca Dellera (non sembra, ma questo è un articolo sui restauri cinematografici e l’influenza della pop art nei film di Tinto Brass – abbiate pazienza, ci arriviamo). Il film con Tinto Brass era un evento. Per alcune attrici, un salto dall’anonimato alla celebrità, con una carriera poi più rispettabile, scrollandosi di dosso l’avventura con Brass, rinnegando tutto, magari sciacquando i panni a Sanremo con Pippo Baudo – fino alle vette di Claudia Koll, passata da Così fan tutte alla devozione della Vergine di Loreto (in America in genere accade il contrario: prima reginette Disney poi il twerking). Fu allora con un certo sconcerto che, passata la pubertà, scoprimmo che c’era stato un altro Brass: eretico, sperimentale, buñueliano. Un Brass che aveva imparato il mestiere alla Cinémathèque di Langlois, montando il documentario sull’India di Rossellini, chiacchierando con Sartre e Jean Renoir al Café de Flore. Brass che aveva trapiantato in Veneto il marziano di Flaiano con Sordi e Silvana Mangano, e girato thriller godardiani nella Swinging London; Brass che era anche stato la prima scelta per girare Arancia meccanica – con Mick Jagger protagonista (e che con Malcolm McDowell farà poi un leggendario Caligola, dall’Eliogabalo di Artaud, scazzando in modo plateale con tutti: Gore Vidal, che aveva scritto la sceneggiatura, e il produttore Bob Guccione, guru di Penthouse). Un Brass formidabile al montaggio, che conosceva Eisenstein anche meglio di Aristarco, principe della critica marxista, acerrimo nemico del disimpegno. Fu insomma una rivelazione improvvisa: come quelli che due settimane fa hanno scoperto che I Will Always Love You non era di Whitney Houston ma di Dolly Parton. E c’era di più: quel “Tinto” che all’anagrafe faceva Giovanni era una trovata del nonno, Italico Brass – goriziano trapiantato a Venezia, pittore, grande collezionista d’arte – che notando quanto il nipotino amasse disegnare aveva sentenziato: “Abbiamo in casa un Tintoretto” – trovando così non solo il nome giusto, ma presagendo anche il gusto figurativo, l’estetismo.
Per alcune attrici, Brass era il salto verso la celebrità. Claudia Koll da “Così fan tutte” alla devozione della Vergine di Loreto
E’ il Tinto Brass che il Festival di Venezia ha celebrato, o “riscoperto” per l’ennesima volta, questa settimana, con l’anteprima della versione restaurata di Col cuore in gola, del 1967, uno dei grandi titoli della breve ma intensa fase “pop art” del cinema italiano. Oggi se lo ricordano in pochi, ma in quegli anni i nostri film si riempivano di citazioni e omaggi a Rauschenberg, Lichtenstein, ai décollage di Mimmo Rotella. Non un movimento, ma un clima, uno spudorato esercizio di cultural appropriation – che una volta era una specialità nazionale (saccheggiare cose internazionali, reinventarsele all’italiana come fossero sempre state nostre): la pop art si mescolava con la commedia, il giallo, la fantascienza, il fumetto, trovando ogni volta una via tutta locale. Come nel Diabolik di Bava. O nel Mastroianni biondo platino, in outfit spaziale, che scorrazza tra le terrazze dell’Eur e un fantomatico “lungotevere Federico Fellini” nel film La decima vittima di Elio Petri, Bond movie all’italiana con Ursula Andress che all’epoca capirono in pochi (Petri era uno serissimo, comunista, venuto su col cinema d’inchiesta, e pagherà a lungo questa breve incursione nel cinema pop).
Apice della trilogia optical-londinese di Brass – che prosegue poi con Nerosubianco (1969) e Dropout (1970) – Col cuore in gola è un thriller che non ha molto da dire sul piano della trama, specie rivisto oggi, in un’epoca di multiplot e serie crime intricate. Ma è un pezzo di cinema formidabile quanto a invenzioni di regia, montaggio spericolato, uso del colore, e una colonna sonora di Armando Trovajoli subito sintonizzata sul beat londinese. C’è Jean-Louis Trintignant, ci sono molti primi piani di Ewa Aulin, svedese, biondissima, occhioni blu e un po’ minorenne – all’epoca aveva diciassette anni. Divenne poi il sogno proibito del cinema italiano infilando molti “decamerotici”, anche se oggi, a Venezia, è celebrata soprattutto come “suocera di Giuseppe Conte” (è la madre di Olivia Paladino, compagna dell’avvocato del popolo). Rivisto oggi è un film pieno di oggetti pop: lampade a globo e lava lamp, poltrone a uovo, sedute in plastica lucida, plexiglas, gommapiuma e formica, moquette a tinte acide, fumetti sparsi ovunque, neon e mini-impermeabili di plastica di Ewa Aulin. C’è una scena al Clapton Stadium che sembra uscita da vecchie slapstick di Mack Sennett; ci sono dialoghi tipo “è uscita”, “dov’è andata?”, “è andata a un happening”. La protagonista è infatti la Londra del ’67, coi suoi locali, le minigonne, il sottobosco criminale, i fotografi di moda. Nel finale si vede anche il 14 Hour Technicolor Dream, leggendario happening dell’Alexandra Palace che poco prima aveva visto sul palco i Pink Floyd di Syd Barrett, i Soft Machine, dove passava tutta la psichedelia inglese. A Londra Brass pescava la controcultura dal vivo, non si limitava a citarla.
Ma in quegli anni la città è la meta di tanto cinema italiano: Blow-Up di Antonioni – che Brass omaggia e insieme saccheggia nelle scene degli shooting fotografici – Modesty Blaise, con Monica Vitti eroina da fumetto diretta da Losey; ma anche Fumo di Londra, prima regia di Sordi che orecchiava le mode del momento, prendendole un po’ per il culo – l’antiquario di Perugia innamorato della vecchia Inghilterra in bombetta che si perde tra beatnik e fricchettoni. Cinema d’arte, film di genere, commedie all’italiana: tutto si rimescolava a Londra, la metropoli del momento. Come se oggi mandassimo tutti gli Edoardo Leo, i Checco Zalone, le Rohrwacher e i Guadagnino a raccontarci il mondo da Dubai.
La Swinging London, Jean-Louis Trintignant, e molti primi piani di Ewa Aulin, svedese, biondissima, occhioni blu e un po' minorenne
Preso da un romanzo Mondadori di Sergio Donati (sceneggiatore dei grandi western di Leone), Col cuore in gola si ispira e si regge più che altro su quarantadue tavole a colori di Guido Crepax, all’epoca già un fenomeno. Figlio del primo violoncello della Scala, laureato in architettura, disegnatore di fumetti per adulti, autore di Valentina, che esce dal ’65 su Linus, Crepax è l’innesco visivo del film. Ma già in Valentina c’era tutto quello che intrigava Brass: sogni sado-erotici, interni borghesi milanesi, un supereroe che fa il critico d’arte. Tinto Brass era affascinato soprattutto dall’impaginazione di Crepax: cambi di inquadratura, stacchi netti, dettagli, scomposizione e ricombinazione delle immagini. In quel “montaggio sconnesso” vede all’opera le tecniche tipiche della Nouvelle Vague francese. Crepax disegna così gli storyboard del film, imposta le inquadrature. A ogni scazzottata o colpo di pistola Brass infila poi cartelli con scritto “bang” o “sbem”.
Il risultato è un film inclassificabile per la critica italiana di quegli anni, che sin dall’esordio – Chi lavora è perduto (1963) – non sapeva bene dove infilare questo regista milanese-veneziano: fiancheggiatore? Compagno di strada? Irriducibile anarchico-individualista? Indossando la casacca strutturalista, Moravia difese il film sull’Espresso, spiegando che “il significante era più importante del significato” – tradotto: non è un film di denuncia ma è bello. Dibattiti incomprensibili oggi, ma che all’epoca condizionavano le carriere dei registi.
“Col cuore in gola è un film che da tempo non era più visibile, non si trovava neanche in rete”, mi dice Steve Della Casa, critico, storica voce di Hollywood Party su Radio 3 e conservatore della Cineteca Nazionale che ha curato il restauro in 4K – “fino a pochi mesi fa su YouTube circolava solo una versione russa, quelle tremende col doppiaggio sopra i dialoghi. Per il restauro è stato fatto un grande lavoro di squadra, anche con gli aventi diritto, anche perché il negativo da cui siamo partiti aveva vari problemi; poi abbiamo acquisito anche gli storyboard di Crepax e tutto l’archivio Brass, documenti, carte, sceneggiature, lettere”.
Su Letterboxd, il social dove la Gen Z scheda ogni film che vede, Brass non se la passa poi così male: in cima svetta “Caligola”, poi il canone del culo
Fondamentale l’apporto di Netflix, che ha sponsorizzato l’operazione (restaurare i film costa parecchi soldi). “E’ stato davvero un piacere lavorare con loro”, dice Steve, “hanno collaborato lasciando a noi la guida del restauro, nessuna interferenza, anzi”. Netflix sponsor del cinema arthouse non è una novità, anche se da noi se ne parla poco. C’è poi di mezzo un progetto più grande: l’apertura del Cinema Europa, gloriosa sala del centro di Roma, chiusa da tempo, rimessa a nuovo da Netflix e gestita dalla Cineteca Nazionale insieme alla piattaforma –una novità in Europa (una cosa del genere esiste solo a Hollywood: il celebre Egyptian Theatre, oggi sala della cineteca americana, restaurato da Netflix qualche anno fa).
All’anteprima veneziana c’erano anche molti giovani. Giovani che forse non hanno mai visto il Brass erotico di Paprika o La chiave e magari lo scoprono oggi coi suoi film “optical” e sperimentali, facendo il percorso ordinato. Chissà.
Su Letterboxd, il social dove la Gen Z scheda ogni film che vede, Brass non se la passa poi così male: in cima svetta Caligola, poi il canone del culo: Salon Kitty, Paprika, Monella, Così fan tutte. Il Brass optical è invece un deep cut per intenditori. Deadly Sweet – cioè Col cuore in gola – è “un giallo quasi d’avanguardia, con più Godard che Argento”. Ma lo scovano in pochi. La sorpresa però è che questa generazione, che in teoria avrebbe dovuto infilarlo nella ghigliottina del #MeToo, sembra invece stare al gioco. Brass è in larga parte assolto perché l’erotismo è visto dal punto di vista femminile; perché ci sono molti maschi nudi; perché è roba d’epoca. Sotto accusa finisce invece l’età di Ewa Aulin. Lì anche i fan si incazzano.
A Venezia, questa settimana, era tutto un “la riscoperta di Tinto Brass”, anche con premio della critica, “Pietro Bianchi”, che fa subito risarcimento postumo: si premia il Brass d’avanguardia, rispettabile, artistico. Ma come lui ribadisce sempre, la sua filmografia è una sola: non esistono due fasi. Non c’è un Brass sperimentale e un Brass erotomane. L’elegia del culo che diventa cifra e sostanza dei film dopo La chiave sarebbe soltanto la prosecuzione degli esperimenti artistici con altri mezzi. Di recente, tornando sul restauro, l’ha messa più o meno così: per decenni mi hanno archiviato come “maestro dell’eros”, ora sto diventando un “classico”, la vera domanda è se a cambiare sono stato io o i critici.
“Col cuore in gola” è uno dei grandi titoli della breve ma intensa fase “pop art” del cinema italiano, spudorato esercizio di cultural appropriation
Di sicuro, i suoi film furono spesso massacrati dalla censura, rimontati dai produttori, disconosciuti dall’autore. Restava però il fatto che quei titoli non incassavano. La chiave fu una svolta, piazzandosi subito dietro Flashdance al box-office. Stefania Sandrelli reinventata icona sexy a quasi quarant’anni fu la vera trovata del film – una di quelle seconde vite che ogni tanto il cinema regala, tipo John Travolta rimesso in pista da Tarantino con Pulp Fiction dopo anni di oblio. Brass diventò un personaggio pop. Ospitate televisive, copertine, gossip: una specie di Fellini delle chiappe. Con la differenza che a Fellini era riuscito il sortilegio di trasformare i culi in segni, sogni, forme, metafore di qualcos’altro. Quelli di Brass erano culi e basta.
Brass si calò nel personaggio: l’erotomane dannunziano col sigaro in bocca e gli occhiali a specchio, i provini ormai leggendari in cui chiedeva alle attrici di raccogliere una monetina da terra, dando le spalle al maestro naturalmente. Nessuno ricorda, invece, i provini che faceva ai direttori della fotografia, domandandogli con quale tecnica avrebbero messo a fuoco i lapislazzuli della brace. Mentre recitava la parte del guardone, Brass restava un maniaco della forma. A furia di giocare col personaggio, finì per rendere i film quasi un optional. Ma anche i più stanchi, i più ripetitivi erano pur sempre un antidoto alle arcigne noiosità del “cinema di contenuti” – quella formula che torna sempre, trovandoci ogni volta più indisposti. Già esausti prima ancora di cominciare.