Train to Busan

La recensione del film di Yeon Sang-ho, con Gong Yoo, Kim Su-an, Yun Yu-mi, Ma Dong Seok, Choi Woo-shik

Fu la testa di ponte, per l’avanzata del cinema e delle serie coreane in Italia. Dieci anni fa pareva così esotico e di nicchia che neanche lo proiettarono al cinema: solo streaming. Non avevamo ancora visto “Squid Game”; “Parasite” non aveva ancora vinto la Palma d’oro a Cannes, poi coronata da una manciata di Oscar; “Snowpiercer” era soltanto un fumetto francese post-apocalittico di Jacques Lob e Jean-Marc Rochette. Son passati dieci anni, e ora “Train to Busan”, che in patria aveva battuto parecchi record, conquista le sale cinematografiche. Neanche si può più dire: il mondo alla rovescia, Vannacci se n’è appropriato e certo non lo molla, dal resto anche “Forza Italia” prima era soltanto un coro da stadio. Si comincia con un piccolo incidente. Un camion si avventura in una zona vietata, messa in quarantena per un incidente al laboratorio biochimico. Ammazza un cervo che subito torna in vita. Intanto il fund manager Seak-woo esamina il rapporto su una misteriosa morìa di pesci. Ha due figlie, una vorrebbe vederlo al saggio scolastico, la piccola vuole essere accompagnata a trovare la madre. Padre e rampolla prendono il supereremo KTX da Seul a Busan. Sono appena saliti, e assieme a loro c’è la peste. Insomma, qualcosa di paragonabile. Prima un attacco di predoni, poi gli zombie cannibali. Il genitore spiega “ognuno deve combattere per la propria sopravvivenza”. Riprese e montaggio – anche alternato – di grande effetto.