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Ultimi fuochi di Hollywood. Leggende da un set di fantasmi
Clark Gable fuma tre pacchetti di sigarette al giorno. Di Monty Clift, Marilyn Monroe dirà: “È l’unica persona che conosco ridotta peggio di me”. Il declino inesorabile di divinità al crepuscolo in “The Misfits”
31 AGO 26

Estelle Winwood, Marilyn Monroe e Clark Gable in una scena di “The Misfits”, diretto da John Huston e scritto da Arthur Miller (foto Getty)
Sarà vero che l’estate è il periodo migliore per leggere/rileggere, vedere /rivedere i classici, soprattutto quelli che diamo per scontato ricordare nei minimi dettagli. E’ un’operazione interessante poiché rivelatoria di noi stessi, dei nostri cambiamenti. L’opera è sempre quella, è il lettore/spettatore, semmai, a essere cambiato. Ne ho avuto la dimostrazione giorni fa, rivedendo Gli spostati di John Huston. Convinta di ricordarne la trama, le scene più significative, i personaggi interpretati da un cast leggendario, avevo ipotecato la possibilità di non arrivare ai titoli di coda, e invece ne sono stata risucchiata come la prima volta. L’aura mitica che avvolgeva il film l’avevo percepita anche allora, quando lo vidi in televisione tanti anni fa, non fosse altro perché si trattava dell’ultimo film di Marilyn Monroe, ma all’epoca non conoscevo i retroscena della sua realizzazione, non sapevo quanto tormento, quanta ambiguità, quanti patemi avessero caratterizzato i novanta (ne erano previsti cinquanta) giorni di riprese.
Non sempre è vero che l’opera basta a se stessa, talvolta conoscere la genesi della sua realizzazione ne aumenta la portata, e mai come in questo caso la conoscenza del “making of” di The misfits (che grande titolo) si rende necessaria, anzi, imprescindibile. L’idea del film nasce a Reno, in Nevada, capitale dei matrimoni mordi e fuggi e dei quasi altrettanto rapidi divorzi. E’ questo il motivo per cui Arthur Miller si trova costretto a trascorrervi le sei settimane di soggiorno necessarie a ottenere il divorzio dalla prima moglie. Dal ranch che ha preso in affitto, lo scrittore se ne va in giro a esplorare il deserto, i bar, assiste ai rodeo. Conosce tre cowboy che invece di allevare bestiame vanno a caccia di cavalli selvaggi destinati a mangime per cani e gatti e ci scrive un racconto per “Life”. Lo intitola Mustang: “Volevo scrivere di persone che non avevano più un posto nel mondo, come quei cavalli selvaggi”. Due anni dopo, il racconto diventa una sceneggiatura nella quale emerge il fragile, emotivo, meraviglioso personaggio di Roslyn (nel racconto, appena accennato), che Miller plasma su Marilyn, divenuta la sua seconda moglie. E’ un ruolo totalmente diverso rispetto a quelli fin lì interpretati da MM: in scena non ci sarà la solita bionda zuccherosa, ma una trentenne disadattata (o forse disadatta, più calzante al titolo originale), una misfit che non trova, al pari degli altri protagonisti, il suo posto e il suo ruolo nel mondo. Lei ha però qualcosa che a loro manca: una sensibilità talmente pura, e autentica, che incanta chiunque le si avvicini. Roslyn è Norma Jean, nessun’altra potrebbe interpretarla: stessa infanzia difficile, stessa angoscia, stesso terrore dell’abbandono. Un dono d’amore che fa quasi paura, Marilyn infatti ha dei dubbi, non è convinta anche se consapevole che sia quello il ruolo della svolta. Alla fine accetta di mettersi a nudo a patto che il regista sia di suo gradimento, vuole qualcuno con cui si senta a suo agio. La scelta, inevitabile, cadrà sul primo che le diede fiducia ai suoi esordi, e così il destino decide che sarà John Huston il regista del primo e dell’ultimo film di Marilyn Monroe.
L’idea nasce a Reno, in Nevada, capitale dei matrimoni mordi e fuggi. Arthur Miller ci trascorre sei settimane per ottenere il divorzio dalla prima moglie
Le riprese iniziano a Reno il 18 luglio 1960. La temperatura raggiunge i 40°, la maggior parte delle scene si svolge in esterno. Marilyn ha da poco terminato la lunghissima lavorazione di Facciamo l’amore di Cukor con Yves Montand (con il quale ha uno scandaloso love affair), è stanca, provata, fa uso e abuso di psicofarmaci, sonniferi per dormire, anfetamine per stare sveglia. Sono passati più di due anni dalla stesura della sceneggiatura e il rapporto con Miller è logorato, le premesse sentimentali che ne avevano stimolato la scrittura sono svanite. Marilyn non è più la stessa, Huston non avrà a che fare con la ventenne timida che aveva fatto debuttare in Giungla d’asfalto ma con una superstar idolatrata e insicura, adorata e depressa, in crisi esistenziale e sentimentale (mi ha sempre fatto pensare a una bambina costretta a portare il fardello della propria inconsapevole divinità, Marilyn, come un piccolo Buddha tibetano) con la quale non sarà semplice lavorare. Gli altri protagonisti del film, escluso Eli Wallach che nel film interpreta Guido, il cowboy pilota reduce di guerra, non sono da meno… Clark Gable, alle soglie dei sessant’anni, ha problemi cardiaci, fuma tre pacchetti di sigarette al giorno e deve smaltire quindici chili presi sul set de La baia di Napoli con Sophia Loren. Montgomery Clift, come dirà Marilyn quando lo vide arrivare: “E’ l’unica persona che conosco ridotta in condizioni peggiori delle mie”, è sull’orlo del baratro. Anche lui non è più lo stesso dopo l’incidente d’auto che lo ha cambiato dentro e fuori. Fa uso di droghe e abuso di alcool. Sono dei misfits perfetti, potrebbero non dover pronunciare le loro battute tanto dolenti ed eloquenti appaiono i loro volti. E infatti le interpretazioni di ciascuno sono memorabili, a ognuno la sceneggiatura riserva scene difficili da dimenticare. Cito ad esempio la lunga telefonata di Perce/Clift con la madre, frutto di un unico, irripetibile ciak (chi meglio di Monty Clift per il ruolo di un autodistruttivo cowboy da rodeo che si strugge per la madre…?), o la notissima sequenza di Marilyn sola nel deserto lunare, che grida “Assassini! Assassini!” ai tre uomini che hanno catturato i cavalli (ma anche quella in cui gioca a paddle nel pub, circondata da sguardi maschili…). Lo stesso Clark Gable (a cui non era mai stato richiesto il talento, bastava la faccia) dimostra doti recitative sorprendenti, soprattutto nella scena, struggente, in cui, ubriaco fradicio, grida la sua disperazione di padre assente e colpevole (ciononostante, continuo a credere che Robert Mitchum, prima scelta, sarebbe stato meglio. Mitchum è sempre meglio di chiunque). Più volte è stata criticata l’invadenza letteraria di Arthur Miller, ma riascoltando certe battute viene spontaneo rimpiangere la scomparsa di una cura così attenta alle parole messe in bocca a un personaggio: “Stiamo tutti morendo” dice Roslyn a Guido/Wallach durante un languidissimo ballo “ogni minuto ci avviciniamo alla morte” e qui non possiamo non commuoverci per ciò che sappiamo accadrà nella realtà, così come quando Gay/Gable dice: “You have the gift for life, Roslyn” e subito dopo, innalzando un bicchiere in suo onore aggiunge: “Here’s to your life, Roslyn, I hope it goes on forever”, è difficile trattenere le lacrime.
Nove fotografi dell’agenzia Magnum sono incaricati di documentare la lavorazione del film. Non sarebbe mai più accaduto
Di tutte le leggende (sì, è il termine giusto) attorno alla lavorazione del film, dai rinomati ritardi di Marilyn che, convocata sul set alle nove, non si presentava (quando si presentava…) prima delle undici, tanto che era diventata l’oggetto di sarcastiche scommesse fra i membri della troupe: “Verrà oggi…?”, alle tempeste di sabbia che interrompevano le riprese, alla temperatura proibitiva, a Gable che rifiuta la controfigura e rischia di rompersi le ossa, Huston che non accetta di girare in studio né di usare il colore e impone il bianco e nero (oltre che le riprese in sequenza, lusso incommensurabile) e che dopo giornate di lavoro estenuanti butta le ultime energie (e soldi) al casinò, alle assicurazioni che non vogliono prendersi carico di Montgomery Clift perché inaffidabile, ecco, di tutte queste leggende, due mi hanno colpito più delle altre.
La prima riguarda la famigerata presenza, imposta per contratto da Marilyn, di Paula Strasberg, coach di recitazione, co fondatrice dell’Actor’s studio insieme al marito Lee e ombra fissa dell’attrice da oltre sette anni. La cinquantenne Paula (in foto ne dimostra venti di più) si presenta a Reno preceduta dalla sua fama. Chiunque abbia avuto a che fare con Marilyn sa cosa l’aspetti, nell’ambiente risuona ancora l’eco delle sonore sfuriate di Billy Wilder o Laurence Olivier, gli unici registi che ebbero il coraggio di licenziarla, salvo poi doverla richiamare per non rischiare di perdere la Monroe. Perché Monroe non fa un passo senza il suo consenso, non ripete una battuta senza la sua approvazione, non si aspetta un assenso dal regista che la dirige bensì da lei, da Paula, che al pari del regista si piazza accanto alla macchina da presa. E’ soprannominata “il barone nero” per via dell’abbigliamento di ordinanza: palandrana, cappello e occhiali neri. Porta sempre con sé un borsone che contiene thermos di caffè, barrette di cioccolato e pasticche per la sua protégée. Si aggira sul set come un fantasma vittoriano e controlla tutto, forte del potere che ha su Marilyn, la quale riesce a superare gli attacchi di panico, i vuoti di memoria, le insicurezze, solo se sa di averla al suo fianco, ragione per cui Miller, obtorto collo, la tollera.
La manipolazione di Paula Strasberg, coach di recitazione, ai danni di Marilyn è totale: la isola dal cast e si fa chiamare “mamma”
Durante il periodo di apprendimento del metodo, all’Actor’s studio di New York, Paula e il marito Lee hanno fatto leva sulle fragilità di Monroe convincendola a trasformarle in un punto di forza, a non nascondere il proprio dolore ma al contrario farne uso, a privilegiare l’essere al fare finta di essere (possiamo immaginare l’insofferenza di un attore come Laurence Olivier al riguardo…). Il problema è che quando il dolore riemerge non basta uno “Stop!” del regista per ricacciarlo via. Se i drammi personali aiutano Marilyn Monroe a essere credibile in scena, Norma Jean Baker cade a pezzi. La manipolazione della Strasberg ai danni di Marilyn è totale: è lei a decidere i vestiti che deve indossare, il cibo che deve mangiare, le persone con cui parlare. Di fatto, la isola dal resto del cast e, particolare agghiacciante, si fa chiamare mamma, approfittando della voragine più dolorosa nella vita di MM. Tutti la detestano. Huston, che pure ne ha viste di tutti i colori, sopporta (alla fine del film dirà: “sul set c’erano due registi, uno dei due non aveva mai diretto un film in vita sua”).
Sono molto eloquenti le foto scattate sul set, e qui veniamo al secondo evento leggendario, ovvero all’eccezionale presenza, durante tutto l’arco delle riprese, di nove fotografi dell’agenzia Magnum (evento mai più ripetuto) fra i quali Cartier Bresson, Haas, Erwitt, Inge Morath (la quale sposerà Arthur Miller poco dopo la fine del film: anche questo un dettaglio non da poco circa l’energia che scorreva sul set…), incaricati di documentare la lavorazione del film. Il materiale prodotto fa parte della storia del cinema e della fotografia e ci offre la testimonianza diretta di un crepuscolo, il crepuscolo degli dei di Hollywood. Gable, colpito da un attacco cardiaco a due giorni dalla fine delle riprese, morirà di lì a poco. Non vedrà mai il film di cui andava tanto fiero. Monty Clift è un uomo alla deriva, destinato a quel che verrà definito “il più lungo suicidio di Hollywood”. Di Marilyn sappiamo, e senza dubbio chi le era stato accanto durante le riprese del suo ultimo film aveva assistito al declino inesorabile che l’attendeva. Huston racconta che dopo essere stata dimessa dall’ospedale a seguito del ricovero per una grave crisi depressiva che aveva costretto la produzione a interrompere le riprese per due settimane, era tornata a lavorare, ma la situazione non era affatto migliorata: “Una domenica pomeriggio andai a trovarla nella sua suite per farmi un’idea di cosa aspettarmi per la settimana in arrivo. Indossava una camicia da notte sudicia, capelli arruffati, mani e piedi sporchi. Mi accolse euforica, poi cadde in una specie di trance. Era nelle peggiori condizioni in cui l’avessi mai vista”.
Mi chiedo come sia riuscito, Huston, a portare a termine le riprese di The misfits, e ancor più sorprendente, a farne un bellissimo, grandioso film di fantasmi.