Sheep in the box

La recensione del film di Hirokazu Kore-eda, con Haruka Ayase, Daigo Yamamoto, Kuwaki Rim

28 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 15:44
Altra variazione del regista giapponese sul tema della morte. Qui, sul dolore di chi resta e non si dà pace: una coppia ha perso il figlio di nome Kakeru. Lei è un’architetta, lui lavora per un’impresa edile. Vivono in una casa modernissima e chic, la stanza e i libri del bambino sono ancora lì. Scopre che un’azienda all’avanguardia promette robot umanoidi, in grado di replicare le fattezze e la voce degli scomparsi. Non resiste alla tentazione, subito ordina un clone di Kakeru. Perfetto nei connotati, ha parecchio da imparare in materia di attaccamento, ma mostra un precoce interesse per l’architettura e l’arte. Incrociando questo “Sheep in the Box” con un film meno recente del giapponese Hirokazu Kore-eda, classe 1962, diremo che è stato fabbricato mettendogli nella scatola cranica conoscenze altrui. Rovesciando la situazione di un film datato 1998 e intitolato “Afterlife”: i morti avevano diritto a un ricordo indelebile. Uno solo, da scegliere subito dopo - chiamiamolo così - il passaggio di stato (sicuro, c’erano anche gli indecisi: il primo bacio oppure la consorte di una vita?). Il clone di Kakeru arriva a casa in una scatola, sembra perfetto e ben educato. Ma il bambino ha le sue curiosità, e non tutti davanti a lui sono perfettamente a loro agio. Il padre, per esempio, mostra una certa ritrosìa. Anche trascurando l’interruttore luminoso dietro la testa. E domanda domanda del ragazzino troppo sveglio: “posso chiamarti papà”?