Cinema
19 aprile 1946 - 25 agosto 2026 •
Tim Curry, ovvero il camp prima del camp
Tutti i travestimenti di un attore serio. Dal dottor Frank-n-Furter di “Rocky Horror” a Pennywise, da “Hair” ai Monty Python: l'attore britannico ha fatto dell’artificio un’arte. Quando il predominio dello stile sul contenuto non era ancora un’accusa

Il primo camp non si scorda mai. Il nostro fu “The Rocky Horror Picture Show” con Tim Curry – un metro e 72 di altezza, in guêpière con giarrettiere e calze a rete – che si dichiara “dolce travestito transessuale della Transilvania" e turba i sonni di Janet – l’attrice Susan Sarandon, allora timida fanciulla da marito. Rocky –la sua creatura da laboratorio con mezzo cervello – seduce anche Brad lo sposo promesso, ragazzone che ha trascinato Janet nell’avventura tra i boschi. Morale della favola, evitare i castelli, durante le tempeste di fulmini.
Non avevamo letto le “Notes on Camp”, il saggio di Susan Sontag che illustra l’estetica e la sensibilità incarnate da Tim Curry in calze a rete. “Artificio, esagerazione, teatralità, stravaganza, predominio dello stile sul contenuto e dell’apparenza sulla realtà, l’orrendo che confina con il sublime”. E ancora: gusto per il gioco, per il travestimento e per certi oggetti considerati kitsch – vale a dire il tentativo di imitare modelli fuori portata. Con risultati che le persone di gusto trovano ridicoli e invece la sensibilità camp apprezza e gode.
Parentesi colta: le differenze esistono, per chi si applica. Una Monna Lisa sulle scatole del formaggino si può paragonare a quella con i baffi disegnati da Salvador Dalì, è divertente ma non serve a vendere. È invece kitsch senza remissione la Primavera di Botticelli che con i suoi boccoli viaggia per l’Italia vantandone le bellezze, nello spot del Ministero del Turismo. Una spolverata di cultura che nobilita la pubblicità.
Torniamo al “Rocky Horror Picture Show”, titolo chilometrico che denuncia l’origine teatrale di un film che senza tanti proclami imponeva lo “stile innaturale” tanto caro a Oscar Wilde. La Natura, scrive, “mostra i suoi difetti di progettazione, è rozza, ha un senso di non finito rispetto all’arte”. Tutto il contrario di quel che succede oggi: la Natura viene celebrata e l’artificio considerato il male del mondo culturale. Da qui il predominio dell’autobiografia, la svalutazione delle competenze e di tutto quel che sta lontano dal cuoricino sentimentale che batte e fa pum pum.
Il principio era un musical, del 1973. Una spassosa bizzarria con il dottor Frank-n-Furter, vampiro alieno e queer ben sistemato con la servitù in un castello da qualche parte degli Usa. Lì arrivano, bagnati fradici, i promessi sposi che hanno perduto la strada. È una parodia dei film dell’orrore, e anche – ci piace crederlo, almeno – un antidoto spassoso all’età dell’Acquario tanto attesa e tanto celebrata, allora come oggi.
Tim Curry, cantante e musicista britannico trasferito a Los Angeles, le labbra truccate con i rossetto nero e i riccioli, aveva recitato in “Hair”. Era stato il travestito della Transilvania in teatro, prima che nel film di Jim Sharman, e sempre in palcoscenico – teatri seri londinesi come la Royal Shakespeare Company e il Royal National Theater – aveva recitato in “Amadeus” di Peter Schaffer. Passati gli anni, ma non l’amore per la cultura pop - non vive di soli travestimenti scespiriani – all’inizio del duemila era stato tre anni in tournée con il musical dei Monty Python “Spamalot” (incrocio tra Camelot e la molto sconsigliabile carne in scatola Spam).
In televisione era stato il clown assassino Pennywise, nella miniserie del 1990 tratta dal romanzo di Stephen King “It”. Molto ci sarebbe da ricordare, in un curriculum ricchissimo da vero attore, capace di cambiare faccia e generi. Scegliamo per chiudere il ruolo di Gomez Addams, consorte di Morticia.