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The Dog Stars, la fine del mondo di Ridley Scott guarda al nostro presente (e anche all’Italia)
Nel nuovo film del regista di Alien e Blade Runner, l’apocalisse diventa uno specchio del presente: tra pandemia, sopravvivenza e bisogno di comunità, con un pezzo di futuro americano ricostruito tra le Dolomiti e Cinecittà. Nei cinema dal 26 agosto

Se il mondo dovesse davvero finire, che cosa diventerebbe l'umanità? È una domanda antica che gli ultimi anni – pandemia compresa – hanno reso improvvisamente concreta, con il futuro che sembrava avvicinarsi pericolosamente al presente. A quella domanda il cinema risponde da sempre, e pochi sguardi l'hanno frequentata come quello di Ridley Scott: gli xenomorfi di Alien, i replicanti di Blade Runner, la sopravvivenza spaziale di The Martian.
In The Dog Stars – Le stelle dopo la fine, nelle sale dal 26 agosto con The Walt Disney Company Italia, la sopravvivenza è però molto meno spaziale e molto più terrena. Tratto dal romanzo omonimo di Peter Heller, il film racconta un mondo decimato da un virus letale, dove i pochi superstiti devono difendersi soprattutto dagli altri esseri umani. Al centro c'è Hig (Jacob Elordi), giovane pilota che ha perso la moglie nella pandemia e vive accanto a una pista d'atterraggio abbandonata con il cane Jasper e con l'ex militare Bangley (Josh Brolin). Due modi opposti di stare tra le rovine: Bangley presidia il territorio e considera chiunque una minaccia, Hig vola con il suo Cessna in cerca di segnali di vita. Quando intercetta una misteriosa trasmissione radio, ritiene possibile che da qualche parte esista ancora qualcosa che somigli al mondo perduto. Nel cast anche Margaret Qualley e Guy Pearce.
“La sopravvivenza è esattamente il tema centrale del film”, dice Scott. “Con il Covid abbiamo visto come questi scenari possano essere dietro l'angolo. Credo che molto di ciò che potrebbe essere fatale all'umanità stia già avvenendo, tra cambiamenti climatici e caos in molte aree del mondo. Ma questo non è un documentario né una predica: un film deve intrattenere, mettendoti però alla prova, e catturare ciò che ci contraddistingue come esseri umani: l'empatia, la volontà, anche l'umorismo”.
Perdita, disperazione e scelta di ciò a cui aggrapparsi sono il cuore del racconto. “Quando tutto è perduto e la società non esiste più, il senso va cercato in qualcosa di più profondo”, dice Margaret Qualley. “Negli affetti, nella comunità, nell'amore, nelle cose semplici. Sono quelle che sopravvivranno per sempre”. Guy Pearce, già diretto da Scott in Prometheus e Alien: Covenant, aggiunge: “Leggendo il libro e poi la sceneggiatura ti accorgi che c'è un substrato più profondo, una voce che va oltre la storia”.
Non manca l'umorismo, già affiorato in The Martian. “Quando uscì Blade Runner molti giornalisti mi criticarono per la sua cupezza”, dice Scott. “Oggi penso sia bello mostrare come l'umorismo trovi sempre spazio. A meno di non mettere in scena Macbeth, servono momenti di alleggerimento. Qui molto nasce dal rapporto tra Elordi e Brolin: mi hanno ricordato le ‘strane coppie' del cinema, un po' come Jack Lemmon e Walter Matthau”.
Brolin, già diretto da Scott in American Gangster, ne sottolinea il metodo: “Ridley crea sul set un'atmosfera libera, in cui non capisci mai fino in fondo cosa stia succedendo. Così noi attori possiamo sperimentare e trovare nuove chiavi di lettura mentre giriamo”.
E poi c'è il paesaggio, che rende The Dog Stars anche una storia italiana: il Colorado post-apocalittico di Scott è stato ricostruito in larga parte nel nostro Paese. Le riprese si sono svolte tra aprile e giugno 2025 tra Roma (e Cinecittà), Friuli-Venezia Giulia, Veneto, con le Dolomiti travestite da montagne del Colorado, Abruzzo e Lazio. Scott scherza sulla scelta, dopo aver girato anche a Calgary: “Intanto in Italia si mangia meglio! E poi il Canada è maestoso ma aspro: cammini nella foresta e un attimo dopo non sai più dove sei, con la paura costante di lupi e orsi. L'Italia ha sempre avuto un posto speciale nel mio cuore”. Dietro la battuta c'è dell'altro: per Pearce quelle montagne “fanno metà del lavoro”, perché un ambiente reale stabilisce da solo umore e tono. “Alloggiavamo in un piccolo paese, con due o tre ristoranti”, racconta Brolin. “Vivevamo tutti vicini, finivamo per incontrarci di continuo, sul set e fuori: si è creata una vera esperienza di comunità”. Per Elordi girare in Italia ha significato lavorare dentro una memoria cinematografica ineludibile: “Per molti della troupe è un mestiere ereditato di generazione in generazione. La senti ovunque, soprattutto a Cinecittà: ci sono ancora oggetti di scena di Fellini sparsi dappertutto”. Il cerchio lo chiude Scott: “Il cinema italiano e quello francese sono stati la mia scuola, persino prima di Hollywood”. Racconta di aver conosciuto Sergio Leone e Federico Fellini, che lo accompagnò in giro per gli studi. “Ricordo ancora la sua sciarpa”. E chissà che, dopo la fine del mondo, non sia proprio il cinema una delle cose capaci di sopravviverci. Come una stella che continuiamo a guardare anche quando tutto il resto è immerso nel buio.