Camp miasma: adolescenza, sesso e morte

La recensione del film di Jane Schoenbrun, con Hannah Einbinder, Gillian Anderson

21 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 15:06
Il sindaco di Parigi Emmanuel Grégoire – giovane e socialista – durante il grande caldo ha offerto biglietti gratis per andare a vedere questo film. Un horror femminista e queer che aveva aperto a Cannes la sezione Un Certain Regard – anche il festival sulla Croisette ogni tanto esce dal recinto della cinefilia, per vedere cosa succede di nuovo. Ancora ricordiamo polverose analisi sulla misoginia dell’horror: in “Camp Miasma” tutto viene rovesciato, le minoranze sessuali – lesbiche in questo caso – prendono il comando. Kris (l’attrice Hannah Einbinder di “Hacks”, gran bella serie non ancora popolare come merita) è una giovane regista che vuole ritrovare la “final girl”, la fanciulla che nei film dell’orrore sopravvive. La saga – tutta inventata – si intitolava “Camp Miasma”, protagonista Gillian Anderson – era Dana Scully in “X Files”. Ora vive ritirata, proprio accanto al lago dove la serie era ambientata. Dalle acque torbide, quando la sete di sangue comincia a farsi sentire, esce per le sue scorribande Little Death, ghiotto di giovani campeggiatori. Non è il classico mostro, o maniaco. Questo ha una tuta bianca, una lunga picca per i suoi omicidi, al posto della faccia una grata di quelle adoperate per l’areazione. Cinefilia – quella pop, non quella degli studiosi che dicono “nevvero”. Grande amore per il genere, altrettanta voglia di rovesciarne i luoghi comuni. Autoironia e una struggente storia d’amore.