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La dinastia del cinema italiano
Vita e opere della famiglia che ha costruito la gloriosa Titanus. Chiacchierata con Guido Lombardo, terza generazione
25 LUG 26

Per il nome di Sophia Loren, Goffredo Lombardo si ispirò a Marta Toren, attrice svedese all’epoca molto celebre. (foto Archivio Titanus)
"Venga, la accompagno dal Presidente”, mi dice l’addetta-stampa facendomi strada su per le scale della palazzina liberty. Una salita lenta, perché a ogni rampa c’è qualcosa da guardare: grandi manifesti cinematografici, incorniciati ovunque, uno sopra l’altro, sul pianerottolo, lungo i corridoi, fino al soffitto – Pane, amore e fantasia, Poveri ma belli, Rocco e i suoi fratelli, Il bidone di Fellini, l’infilata di melò con Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson (quante lacrime! diceva mia madre ogni volta che passavano in tv); ma anche vecchi film muti con Leda Gys, la nonna del Presidente, conturbante e déco in meravigliose locandine d’epoca. Il catalogo della Titanus, la più grande, gloriosa casa di produzione del cinema italiano. Qui in questa casa-azienda tutto sembra rimasto fermo. Non c’è nulla degli open space delle grandi corporation: niente tornello con badge all’ingresso, pareti vegetali, divani modulari, ragazzini in felpa e sneakers che ti ricevono davanti a un iPad. Sembra più un colombario o un Louvre, forse un po’ spettrale e malinconico, della golden age del cinema italiano. Terza generazione della dinastia Titanus, Guido Lombardo mi fa entrare nel suo ufficio, ed è elegantissimo, in completo blu, nonostante l’afa e “il picco di caldo”, l’ennesimo di questi giorni. Ha superato da poco i cinquant’anni, ma come tutto qui dentro anche lui sembra provenire da un’altra epoca. E’ appena rientrato da Ischia, dopo una gran soirée di commemorazioni viscontiane a villa La Colombaia, per i centoventi anni dalla nascita. “Mi hanno dato un premio per la Titanus e il suo rapporto con l’opera di Visconti”, mi dice mostrandomi la targa – un profilo stilizzato del regista del Gattopardo – prima di posarla sulla scrivania, tra mucchi di fogli, cartoline d’epoca, pile sbilenche di libri. Il fantasma di Visconti qui è ovunque. Comincia già fuori dal portone: la palazzina della Titanus sta infatti tra la stazione Termini e Castro Pretorio, in quel dedalo di strade umbertine a tema Risorgimento – via Palestro, Montebello, Solferino, Goito, San Martino della Battaglia, Sommacampagna – che è anche il repertorio di Senso. Un segno premonitore, volendo. All’ingresso poi, il primo manifesto che ti accoglie è quello del kolossal viscontiano (“ma hanno sbagliato la sequenza del tricolore che sventola nella battaglia di Palermo”, mi spiega, “non se ne accorge mai nessuno”).
E qui, incorniciato alla parete del suo ufficio, come un trofeo di caccia, ecco il piano di lavorazione del film che rovinò suo padre Goffredo: “Mio padre aveva calcolato col commercialista che, per rientrare delle spese del Gattopardo, ogni italiano l’avrebbe dovuto vedere al cinema almeno due volte. Secondo un altro calcolo gli era costato quanto tutte le villette, le palazzine, gli alberghi di Cortina messi insieme. Però ogni volta che gli chiedevano se l’avrebbe prodotto di nuovo non ci pensava un attimo. Sì, certo, diceva, è per Il Gattopardo che saremo ricordati”. Il buco vero fu però un altro. Sodoma e Gomorra, diretto da Robert Aldrich, uscito l’anno prima e caduto nel vuoto. Solita tentazione mitologica del cinema, che di tanto in tanto si rivela letale per i produttori. “E’ con Sodoma e Gomorra che mio padre ha perso tutto, ancora più che col Gattopardo”. Il pubblico dei film Titanus non era mai stato quello delle grandi città, ma delle periferie, dei piccoli centri, della sterminata provincia italiana. La Titanus era Matarazzo e Poveri ma belli, non Visconti e il kolossal mitologico. All’inizio del 1964, Goffredo Lombardo è costretto a vendere l’impero che ha costruito negli anni Cinquanta a suon di melodrammi popolari: i teatri di posa della Farnesina, gli stabilimenti sull’Appia, la sala di doppiaggio di via Margutta, i cinema, concentrati soprattutto a Napoli. Tutto. Non gli resta niente. “Mio padre era sommerso dai debiti, si era tenuto solo una cinquecento verde e il marchio, che non volle vendere, perché sapeva che prima o poi se lo sarebbe ripreso”. Ma per capire come ci riuscì bisogna partire dal Circeo, dalla passione di Goffredo Lombardo per la pesca subacquea e dall’ossessione per gli squali – cose che erano già in Africa sotto i mari, film Titanus del 1953: un magnate, uno yacht, il Mar Rosso, Sophia Loren diciottenne in due pezzi, nello splendore del Ferraniacolor, impigliata in una rete tra cernie e polpi.
Guido Lombardo racconta i calcoli del padre Goffredo per rientrare dalle spese del “Gattopardo”. “Ma è con ‘Sodoma e Gomorra’ che ha perso tutto”
La lunga faida dei Lombardo con gli squali inizia poco dopo. Nel 1956, Goffredo Lombardo viene attaccato da uno squalo bianco al Circeo. Oggi col climate change e gli squali in cerca di refrigerio capita un po’ ovunque, ma all’epoca era un evento raro, un gradino sotto gli avvistamenti ufo. Ferito, riesce a tornare a riva. Qualsiasi altra persona – io di sicuro – considererebbe finita qui la pesca in mare aperto, le immersioni e opterebbe per le Dolomiti. Quella di Goffredo Lombardo invece s’infiamma. “Mio padre rientrò a Roma e andò al mattatoio, si fece mettere quaranta litri di sangue in vari bidoni di latta, poi prese venti chili di mammella di vacca, un amo da pescecane, corde, gavitelli, un fucile da caccia a pallettoni, quindi tornò al Circeo. Si fece portare da un pescatore in motoscafo nel punto esatto dell’attacco, sistemò l’esca, sparse il sangue in acqua, lo squalo arrivò e addio”. Tutto con la perizia di un produttore che allestisce il set della sua vendetta personale. Poco dopo fonda “Mondo Sommerso”, la prima rivista italiana del settore subacqueo. Collaborano tutti i pionieri: Gianni Roghi, Maurizio Sarra, Jacques-Yves Cousteau, Jacques Mayol, Folco Quilici, Enzo Maiorca. Copertine formidabili con Claudia Cardinale su un gommone. In uno dei primi numeri, Lombardo pubblica il resoconto molto hemingwayano della sua vendetta: “E morì di domenica”. E’ chiaro che uno così non si sarebbe mai rassegnato al fallimento del suo impero cinematografico. Finito sul lastrico, il produttore del Gattopardo s’inventa i “musicarelli”, quelli con Rita Pavone, Al Bano e Romina, Gianni Morandi. Li fa girare a una giovane Lina Wertmüller che si firmava George Brown. La critica non approva, come del resto anni prima aveva schifato i “polpettoni” della Titanus – Catene, Tormento, I figli di nessuno, i “Temptation Island” del nostro dopoguerra. Il pubblico invece apprezza. Incassi milionari. Lombardo risale. Piano piano si riprende tutto.
Oggi Rita la zanzara, musicarello yéyé con Rita Pavone, è presentato con tutti gli onori alla Cinémathèque. Un mese fa, un trionfo per la versione restaurata al Cinema Ritrovato di Bologna. “Mio padre amava il cinema popolare. I melodrammi con Amedeo Nazzari erano un aggiornamento della sceneggiata napoletana, con cui era cresciuto. I musicarelli furono una grande idea e non c’era niente di simile in Italia. Però voleva anche rischiare con film più artistici. Ogni volta che rivedevamo insieme Rocco e i suoi fratelli, mi accorgevo che aveva gli occhi lucidi… che capolavoro abbiamo fatto, diceva”. La sceneggiata è il punto di partenza di tutto. Perché la dinastia Lombardo comincia a Napoli e Napoli resterà sempre la città d’elezione, il cuore della vicenda. 1904: Gustavo, nonno di Guido, all’epoca diciannovenne, rinuncia a diventare avvocato e apre un piccolo ufficio per il commercio di film. Cosa impensabile, a dir poco scellerata per l’epoca. Peggio che investire in bitcoin dieci anni fa. L’incontro con Leda Gys fa il resto. Lei era l’attrice del muto più richiesta, musa e amante di Trilussa che le aveva anche trovato questo nome d’arte (si chiamava Giselda Lombardi). Lombardo gliela porta via. “Quando c’era papà di Trilussa non si poteva parlare mai”, mi racconta Guido, “in casa non c’erano suoi libri, io non sapevo chi fosse, credo di averlo scoperto dopo i trent’anni”. Mi fa vedere con un certo orgoglio una vecchia cartolina di Leda Gys con una poesia scritta a mano e la dedica di Trilussa. “L’ho ritrovata in una bancarella”. Un piccolo risarcimento personale.
1904: Gustavo, diciannovenne, rinuncia a diventare avvocato e apre un piccolo ufficio per il commercio di film. L’incontro con Leda Gys fa il resto
Il padre Goffredo entra in scena nei primi anni Cinquanta. Trova la formula vincente coi mélo di Matarazzo ma s’inventa anche Sophia Loren – mentre Gustavo aveva fatto esordire Totò, per dire la napoletanità della Titanus. “Sofia Scicolone era un nome tremendo. Non avrebbe mai funzionato… papà si ispirò a Marta Toren, un’attrice svedese all’epoca molto celebre che era finita anche in un film di Genina. Una L al posto della T e il gioco era fatto. La mamma di Sofia era assolutamente contraria, non puoi cambiare nome a mia figlia! Diceva, ma alla fine la spuntò mio padre”. Oggi in pochi si ricordano di Marta Toren.
Goffredo entra in scena nei primi anni 50. S’inventa anche Sophia Loren: “Sofia Scicolone era un nome tremendo. Non avrebbe mai funzionato”
L’ufficio di Guido Lombardo sembra uscito da un ready-made surrealista. Una stanza grande, boiserie scura, scrivania curva, ogni angolo pieno di oggetti, quadri, vecchie fotografie, cimeli, premi. Come un antiquario di Portobello ma coi Telegatti sulle mensole. Il vero centro però è una collezione di Doulton e Beswick, cani di ceramica inglesi, iperrealistici, di tutte le taglie: setter, pointer, spaniel, levrieri, tutti in posa, tutti fermi nell’attimo prima dello sparo. “Li prendevo a Londra, li regalavo sempre a mio padre, anche se a lui sotto sotto non piacevano, non li sopportava, però se li teneva, li ha messi tutti qui”. Sembra di stare dentro un quadro di caccia inglese, uno di quei Landseer vittoriani coi cani in primo piano, enormi, e il padrone come una macchia sullo sfondo. Guido Lombardo ha preso in mano l’azienda vent’anni fa, dopo la morte del padre. “Da bambino mi mandano a Parigi, perché mio padre aveva ricevuto un volantino delle Br, in cui minacciavano di rapirmi – il prossimo è tuo figlio. A Parigi stavo a scuola con Carla Bruni, mai avrei immaginato sarebbe diventata una top-model”. Tornato a Roma, tanta gavetta in tutti i reparti, nessuno sconto: elettricista, macchinista, portatore di caffè sul set. “Poi dovevo andare in montaggio, partecipare senza fiatare alle riunioni di sceneggiatura, stendere i riassunti dei copioni, andare al cinema tutti i giorni e studiare gli incassi”.
Quando parla di cinema, Guido Lombardo non usa un lessico manageriale. Non dice library, data-driven, engagement. Ci tiene anzi a ricordarmi sempre che Titanus è uno dei marchi di cinema più antichi del mondo (“la Gaumont è nata qualche mese prima di noi, ma insomma, siamo lì”). “Sono uno dei pochi produttori che parla ancora di famiglia”, dice, “perché la Titanus è stata davvero una famiglia per tante persone”. Mi racconta di Cesarina, l’implacabile segretaria di suo padre, che veniva qui da Ostia, un’ora di treno tutte le mattine – “gli uffici Titanus aprivano alle otto e mezzo, ma papà arrivava alle otto, prima di tutti”. Mi racconta dei vecchi attrezzisti che ha conosciuto, dei pranzi sul set coi macchinisti, della “piazza bianca extra” che bastava a rendere felice la troupe. Altri tempi.
Mentre parla, mi rendo conto di quante madeleine Titanus ci siano nei miei ricordi. “Mondo Sommerso” lo comprava mio padre, lo lasciava in giro per casa, e m’incantavo davanti alle mute, le foto di Maiorca in apnea, le modelle in bikini per un servizio su “come si avvicina una cernia”. E poi lo “scudo” Titanus che risuona subito nella memoria con quella sigla che partiva d’estate, dopo pranzo, e voleva dire che sarebbero arrivati Amedeo Nazzari o De Sica o Gina Lollobrigida o Marisa Allasio e Maurizio Arena maranza di Trastevere. Ed è dalla tv, appunto, che bisogna ripartire. Perché la Titanus che Guido Lombardo prende in mano vent’anni fa è soprattutto fiction, film per la tv, teleromanzi come Edera, Orgoglio, grandi successi che riprendono il discorso mai interrotto dei vecchi mélo. “Da bambino ricordo mio padre che parlava di questo signore che veniva da Milano, che nessuno conosceva, ‘ma chi è questo qui che vuole comprare tutto il catalogo? Non si è mai vista una cosa del genere’, diceva”. Quando nel 1980 cede a Berlusconi i diritti televisivi del catalogo Titanus, in pochi capiscono cos’ha in mente. Goffredo Lombardo sa che quel cinema eroico, epico, quello fatto con Visconti e Fellini è destinato a sparire. “Anche se con grande rammarico mio padre aveva capito che il cinema era una cosa del passato, che gli affari si spostavano altrove. Quando fece esordire Tornatore, con Il camorrista, gli propose di fare insieme il film e la serie, e Tornatore non capisce… ‘perché anche una serie’, gli chiede? ‘Perché il cinema è morto’, risponde mio padre”. Siamo nel 1985. E trent’anni prima delle Gomorra e delle Suburra, Tornatore gira una serie in cinque episodi che Goffredo Lombardo vende alla Fininvest, rientrando così delle spese del Camorrista, film costosissimo e complicato. “Tornatore faceva su e giù qui sotto, davanti al portone, arrivava tutte le mattine, la cosa andò avanti per settimane, forse mesi”, dice. “Non aveva ancora fatto niente, aveva venticinque anni e voleva lavorare con mio padre. Alla fine lo prese, lo mise a leggere sceneggiature, poi gli produsse il primo film. Ecco, la Titanus era questa cosa qui”.
“Tornatore faceva su e giù davanti al portone, aveva 25 anni e voleva lavorare con mio padre. Alla fine lo prese. La Titanus era questa cosa qui”
Qualche anno fa, Tornatore ha dedicato un gran documentario a Goffredo Lombardo, epico sin dal titolo, L’ultimo Gattopardo. Ma oggi? Come si tiene in piedi un mito quando si arriva alla terza generazione e il mondo che quel mito ha costruito non c’è più? “Io sono cresciuto con Sophia Loren, ci sentiamo sempre. Sono cresciuto con un signore che ho sempre chiamato Carletto e che poi ho scoperto essere Bud Spencer. I miei primi ricordi di bambino sono le cene a casa di Steno, lui e mio padre che discutono gli sketch per Totò”. Da qui alle piattaforme il salto è brusco. “Negli ultimi dieci anni è cambiato di nuovo tutto: si lavora in fretta, girano cifre assurde, ci si frequenta poco”. Ma il marchio continua: restauri, diritti, fiction, la Cinémathèque che elogia i musicarelli con Rita Pavone. Guido Lombardo tira fuori l’iPhone dal taschino della giacca che non si è mai tolto per tutta la mattinata. Sulla cover c’è lo scudo Titanus.