I sentieri selvaggi di Robert De Niro: dopo cinquant’anni Taxi Driver è ancora un duello con lo spettatore

Di una violenza eccessiva e inevitabile, oggi, dopo mezzo secolo, due studiosi di cinema propongono un libro che analizza la sceneggiatura perfetta del cult, celebrando la struttura adamantina di un film entrato nell’immaginario collettivo grazie anche alla camaleontica interpretazione di Bob De Niro e a celebri battute diventate gergo quotidiano come "You talking to me?"

Immagine di I sentieri selvaggi di Robert De Niro: dopo cinquant’anni Taxi Driver è ancora un duello con lo spettatore
Dice che da grande voleva farsi prete ma era circondato dai gangster di Little Italy degli anni Cinquanta, e così Martin Charles Scorsese, nato a New York nel 1942 da una famiglia originaria di Polizzi Generosa e Ciminna, provincia di Palermo, è diventato il regista che più di chiunque altro ha raccontato in tutti i suoi film il bene e il male, la violenza e il perdono, il peccato e la redenzione, la corruzione e la fede. Con colonna sonora rock and roll, possibilmente dei Rolling Stones. Un miscuglio unico e irriproducibile che è diventato in breve tempo la sua firma autoriale, riconoscibilissima, celebrata in tutto il mondo. Anche se molti dei suoi film sono sempre stati accompagnati da polemiche legate alla violenza, che lui ha messo in scena con una creatività e una grazia impareggiabili. Cinquant'anni fa esatti veniva presentato al 29° Festival di Cannes il quinto lungometraggio di Scorsese Taxi Driver, e sulla Croisette erano scoppiate molte critiche, ma inaspettatamente il film vinse la Palma d'Oro: anche se era noto che il presidente della giuria, Tennessee Williams, non avesse gradito la violenza straripante, cosa che naturalmente non nascose allo stesso Scorsese, la pellicola venne premiata mentre il regista era già tornato a Los Angeles, sicuro di un insuccesso.
Oggi, dopo mezzo secolo, due studiosi di cinema propongono un libro che ne analizza la sceneggiatura perfetta, celebrando la struttura adamantina di un film entrato nell'immaginario collettivo grazie anche alla camaleontica interpretazione di Bob De Niro e a celebri battute diventate gergo quotidiano (una, su tutte, la famosa "You talking to me?", originariamente non scritta e che l'attore aveva improvvisato in diretta). Taxi Driver di Alessandro Canadè e Andrea Nobile, appena uscito per Dino Audino Editore, rilegge il capolavoro di Scorsese attraverso una critica tematica e stilistica scena per scena, analizzando l'architettura drammaturgica costruita sapientemente dallo sceneggiatore Paul Schrader e mettendo in luce la complessità di un'opera che, dietro un'apparente struttura caotica, rivela un uso rigoroso e originale del canone drammaturgico classico.
* * *
Alessandro Canadè e Andrea Nobile analizzano la sceneggiatura perfetta di un film che ha solo apparentemente una struttura caotica
* * *
Il libro è quindi una sorta di radiografia di una storia che nonostante gli anni si mostra ancora in perfetta forma e per nulla invecchiata, e offre inoltre molti spunti di riflessione anche sul presente e sulla solitudine contemporanea: "La sfida del film, e la sua grande particolarità, passa attraverso la costruzione di questo personaggio, il tassista Travis Bickle, che in qualche modo è l'erede dell'Ethan Edwards di Sentieri selvaggi di John Ford", racconta Canadè al Foglio, "ma anche della tradizione dell'esistenzialismo francese, o dei personaggi dostoevskiani di Memorie dal sottosuolo e di Delitto e castigo". Taxi Driver è un film che somiglia a un incontro di boxe tra lo spettatore e il protagonista violento e paranoico: Scorsese e Schrader ingaggiano un "dentro e fuori", una lotta costante tra l'identificazione col personaggio problematico e il suo abbandono a un tragico destino. E tutto questo anche grazie all'astuzia di strategie narrative come la voce fuoricampo o il diario su cui Travis annota ciò che osserva quotidianamente, che permettono allo spettatore di stare all'interno dei suoi pensieri, di entrare nella sua testa, nella sua intimità più recondita, per poi cedere alla sua deriva ossessiva quando compie azioni che non si possono condividere. Ma che storia è esattamente quella di Travis Bickle? Schrader ha detto in un'intervista che è "la storia di un uomo che si trova di fronte a due donne, una che vorrebbe avere ma non può avere, l'altra che potrebbe avere ma non vuole". E poi ha aggiunto anche: "Travis sono io, senza cervello". Siamo a New York all'indomani della fallimentare guerra del Vietnam e un ventiseienne ex marine, a quanto dice lui, si propone come tassista di notte perché soffre di insonnia. Passa le giornate a osservare in solitudine la città con sguardo allucinato, convincendosi che la città corrotta da droga, prostituzione e criminalità a ogni angolo non abbia più speranza, e sia necessario intervenire. Vive in uno squallido appartamento e frequenta desolati cinema porno dove altri disperati si rifugiano in cerca di un contatto umano che sanno non arriverà mai.
* * *
"Travis Bickle è l'erede di Ethan Edwards di Sentieri selvaggi", racconta Canadè "ma anche dell'esistenzialismo francese o dei personaggi dostoevskiani"
* * *
Del resto quella New York di finzione rispecchiava fedelmente la città reale segnata dalla terribile crisi fiscale che la portò quasi in bancarotta (il Presidente Ford, ai tempi, negò l'aiuto federale, e nell'ottobre del 1975 il Daily News intitolò il giornale col famoso "Ford to City: Drop Dead", "Ford alla città: crepa!"): i morti accertati quell'anno furono più di 1.600. Il degrado urbano e il degrado morale erano esattamente la stessa cosa: una delle prime vittime di tutto ciò fu proprio lo sceneggiatore Paul Schrader, che viveva il fallimento del suo matrimonio e cominciò lui stesso a vagabondare di notte. "All'epoca avevo 25 anni, ero un critico cinematografico ma ero in un periodo molto buio della mia vita, vivevo nella mia macchina, a volte dormivo nei cinema porno, non parlavo più con nessuno", ricorda Schrader nel libro, a proposito del suo passato doloroso, "Bevevo, bevevo, bevevo. Avevo un forte dolore allo stomaco così andai in ospedale e mi dissero che avevo un'ulcera sanguinante. All'improvviso, mentre ero in ospedale, ebbi una visione: un taxi giallo e un giovane uomo intrappolato lì dentro, una sorta di bara che vagava, galleggiando, per tutte le fogne della città. Una metafora della solitudine, un ragazzo circondato da tanta gente eppure intrappolato in questa scatola di metallo. Sapevo che dovevo scrivere di questo ragazzo perché stavo rischiando di diventare come lui; per evitarlo avrei dovuto trasformarlo in un'opera di finzione. Travis Bickle era la persona che avevo paura di diventare, lo conoscevo molto bene".
* * *
Lo sceneggiatore Paul Schrader fu tra le prime vittime del degrado di New York. "Dovevo scrivere di questo ragazzo perché stavo diventando come lui"
* * *
Andrea Nobile, che di professione è proprio sceneggiatore, racconta al Foglio il segreto di questa opera così sofferta eppure di successo: "Anche i grandi capolavori rispettano le regole formali. Il valore più grande di Taxi Driver è la dimostrazione ennesima che persino in un film d'autore, che noi crediamo sempre essere libero da qualsiasi struttura o regola, in realtà è possibile trovare le strutture archetipiche nella narrazione. Quindi per un giovane sceneggiatore che vuole cominciare a entrare in questo mondo è importante capire come sia possibile trovare strutture e forme anche in quello che viene considerato probabilmente da tutti il film più autoriale di quel periodo, gli anni Settanta, forse il più libero di tutti. Studiando la scaletta appare immediata e cristallina la struttura in tre atti, e anche l'arco di trasformazione del personaggio".
Del resto il merito dei libri della collana Drama di Dino Audino Editore, diretta da Stefano Locatelli e Andrea Minuz, ma anche dei mitici corsi Rai per giovani sceneggiatori organizzati in passato da Audino, è proprio quello di diffondere le innovative teorie americane sulla sceneggiatura e di far conoscere autori fondamentali come Christopher Vogler, Linda Seger, Dara Marks e Syd Field, per citare i più noti. Attraverso questi preziosi strumenti, esattamente come hanno fatto Canadè e Nobile con il film di Scorsese e Schrader, sia i professionisti che gli appassionati di cinema possono scomporre i grandi capolavori del cinema per poi provare a ricostruirli e, perché no, tentare di scriverne di nuovi. Per esempio un'opera come Il Viaggio dell'Eroe di Vogler, che analizza lo studio degli archetipi di Joseph Campbell e dunque della filosofia di Carl Gustav Jung, ha provato a cambiare l'approccio tutto italiano alla scrittura e a rompere con l'idea romantica dell'artista come genio ispirato – durissima a morire – promuovendo l'importanza della tecnica e della formazione.
Su questo punto Nobile allarga la discussione, non limitandosi quindi solo alla sceneggiatura di Taxi Driver: "Persino i film di David Lynch hanno una struttura in tre atti, nonostante l'aspetto onirico e caotico. Se prendiamo Mulholland Drive, anche quello ha tre atti, non si scappa. Tornando a Taxi Driver, il film ha una sua complessità perché intreccia due storie d'amore: una è quella che De Niro ha con Cybill Shepherd, la donna angelo, che dovrebbe salvarlo dall'inferno in cui sta precipitando, l'altra invece è con Jodie Foster, la baby prostituta, che invece è la donna maledetta che lui vuole salvare. Attraverso il passaggio di focus narrativo dall'una all'altra si compie il percorso narrativo di Travis/De Niro". Il film dunque propone una verità assai scomoda, probabilmente la caratteristica che l'ha fatto rimanere così tanto a lungo nella memoria collettiva degli spettatori di tutto il mondo: quel bagno di violenza finale, che per molti spettatori è giustamente inaccettabile, è invece in assoluto necessario per salvare la baby prostituta, ma anche Travis stesso.
Sono gli anni post-Watergate e post-Vietnam, e un manipolo di giovani registi ipotizza un cinema diverso, che possa sopravvivere alla crisi del sistema produttivo classico di Hollywood: Scorsese è uno di questi, insieme agli amici Steven Spielberg e Brian De Palma. È proprio De Palma a dargli una sceneggiatura di un giovane scrittore e critico cinematografico che viene da un'infanzia calvinista e un divieto religioso di andare al cinema: prima di intraprendere il mestiere di sceneggiatore infatti Paul Schrader aveva scritto un libro sul trascendente nei film di Ozu, Bresson e Dreyer, e quando nella sua testa comincia a prendere forma il personaggio del tassista esistenzialista la domanda che si pone continuamente è: perché esisto? O, per citare lo stesso Scorsese in apertura del bellissimo documentario in cinque puntate "Mr Scorsese" di Rebecca Miller (figlia di Arthur): "Chi siamo? O meglio, cosa siamo come esseri umani? Siamo per natura buoni o cattivi? Il lato cattivo di ognuno potrebbe diventare buono. Ma penso che ognuno sia capace di cattiverie nelle opportune circostanze". Nello stesso documentario De Palma racconta che stava cercando qualcosa di più commerciale di Taxi Driver: "Dissi: Non posso farlo. Chi lo guarderebbe? È follia pura". Poco dopo Scorsese ha un'illuminazione che descrive la sua determinazione: "Ci credevo davvero. Dissi: Oddio, è quasi come se lo avessi scritto io". Sono anni turbolenti per il giovane Marty: nel 1973 si è fatto conoscere con "Mean Streets - Domenica in chiesa, lunedì all'inferno", che racconta la sua vita nelle malfamate strade di Little Italy dove è cresciuto.
* * *
Brian De Palma racconta che stava cercando qualcosa di più commerciale di "Taxi Driver": "Non posso farlo. Chi lo guarderebbe? È follia pura"
* * *
"Il pubblico ha bisogno di storie nuove nelle quali ritrovarsi e di personaggi con i quali identificarsi", scrive Canadè nell'introduzione al libro, "Eroi deboli, privi di motivazioni forti, che attraversano un tempo difficile da decifrare, come appunto il Travis di Schrader e Scorsese che, da parte sua, sintetizza alla perfezione la doppia influenza che caratterizza il cinema dei cosiddetti movie brats (oltre agli autori già citati, pensiamo a Coppola, Friedkin, Cimino), quella generazione di "monelli" cresciuta con le immagini cinematografiche e formata, in molti casi, nelle università di cinema: la tradizione spettacolare e di genere del cinema americano classico da una parte e le innovazioni provenienti dal cinema europeo (Neorealismo, Nouvelle Vague) dall'altra". Taxi Driver ha un successo immediato e Scorsese vivrà pericolosamente per anni sulla cresta di quell'onda di "follia creativa" tra il 1976 e il 1978, tra la fine delle riprese del film sul tassista psicopatico e la lavorazione di New York, New York e The Last Waltz, il documentario sul gruppo The Band del grande Robbie Robertson, recentemente scomparso e autore di varie colonne sonore per i suoi film. Per un certo periodo Scorsese e Robertson vanno addirittura a vivere insieme e guardano film, fanno musica e si fanno di cocaina dalla mattina alla sera: "Stare da Marty poteva essere stimolante artisticamente. Avremmo potuto davvero lavorare fianco a fianco per rendere The Last Waltz qualcosa di speciale, qualcosa che potesse resistere alla prova del tempo", racconta Robertson nel suo gustoso memoir Insomnia (Jimenez, 2026), "Marty era stato brillante e fuori dagli schemi nell'uso della musica nei suoi film Mean Streets e Taxi Driver. Aveva una curiosità profonda per la musica. Avevo persino la sensazione che avesse sognato di essere un musicista. Era per questo che sapevo che sarebbe stato perfetto per dirigere il film, e mi faceva davvero venire voglia di dividere con lui alcuni artisti e dischi che sapevo lo avrebbero entusiasmato".
L'accoppiata Scorsese-Schrader, nel tempo, darà molti altri frutti succulenti come Toro scatenato (1980), L'ultima tentazione di Cristo (1988) e Al di là della vita (1999), tutti film violentissimi e criticatissimi, ma che hanno saputo raccontare come nessun altro la condizione umana. Quanto a Travis Bickle, che si muoveva nelle strade di New York come il residuo di un'epoca che stava per scomparire, persino un altro grande maestro del cinema come Ingmar Bergman lo assolse: "Taxi Driver di Scorsese è un film sulla violenza, di un livello artistico altissimo".