Backrooms e Obsession: lezioni dai ventenni che hanno trascinato il mondo al cinema

Due horror, due ragazzini alla regia, budget minimi. In due, Kane Parsons e Curry Barker hanno speso undici milioni. Ne hanno già incassati quasi settecento. Dimostrando una regola ovvia che in Italia ovvia non è mai: prima l’idea, poi i soldi

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Quante lezioni per il cinema italiano da questi Backrooms e Obsession – due filmetti d’esordio che sin qui hanno incassato come quindici Checco Zalone. Quanto ci sarebbe da imparare, volendo. Il primo l’ho visto in sala; il secondo è arrivato su Prime e finalmente l’ho recuperato (noi genitori di figli piccoli, senza baby sitter, uno slot al mese se va bene, confidiamo nel tempismo delle piattaforme e però mai nessuno che ci difenda come categoria discriminata). I due titoli, forse lo saprete, viaggiano in coppia: due horror, due ragazzini alla regia, budget minimi. Kane Parsons (Backrooms) ha vent’anni. Curry Barker (Obsession) ventisei. Messi insieme fanno l’età media di un’opera prima italiana: finanziata dal ministero, vista da un pubblico che sta in tre vagoni della metro, non nell’ora di punta. Ma in Italia la vita comincia a quarant’anni. Quella cinematografica non fa eccezione – guarda Bellocchio, per dire, che film si è messo a fare dopo i settanta. Che si fa però nell’attesa di invecchiare?
I fatti, rapidamente. Parsons – quello di Backrooms, incubo di corridoi e stanze vuote – girava corti nella sua cameretta di Petaluma, California: software gratuiti, found footage, milioni di visualizzazioni su YouTube. Poi arriva la A24 – che ha un team di nerd pagato per stare su YouTube a cercare gente come Parsons – e gli propone il film. Cose impensabili qui, dove le giornate si passano sul sito del Ministero a decriptare bandi o a rinnovare lo Spid. Barker – quello di Obsession – faceva sketch comici, poi ha tirato fuori un horror da ottocento dollari, lo ha caricato in rete, è diventato virale. Con il film successivo – Obsession, appunto, una specie di Attrazione fatale della Gen Z costato settecentocinquantamila dollari – è arrivata Focus: se l’è aggiudicato all’asta, lo ha portato in sala. In due, Parsons e Barker hanno speso undici milioni. Ne hanno già incassati quasi settecento.
Si ribadisce l’ovvio: prima l’idea, poi i soldi. Un ovvio che però da noi non lo è mai. Possono venire prima i soldi del Ministero – il bando, il tax credit, il decreto attuativo, ecc. – poi il film. E il film, anche se opera di un giovane o giovanissimo, raramente sarà un horror o un thriller capace di trascinare mezzo mondo o anche solo mezza Italia al cinema. Avrà spesso invece un grande tema da lambire: maiuscolo, sociale, obbligatorio, plumbeo. Oppure dovrà “prendere posizione” su qualcosa – come si intima a De Gregori – sennò rischia l’accusa di “intrattenimento” (“Spielberg non fa cinema, fa intrattenimento”, hanno sentito le mie povere orecchie da una celebre regista che arringava l’uditorio di una scuola di cinema, e non erano gli anni Ottanta ma l’altro ieri). Parlo da complice, ahimé: ho fatto parte di commissioni per i finanziamenti, selezioni, giurie, ecc. Ho visto una marea di aspiranti filmmaker italiani sforzarsi di essere vecchi. Giovani già al ditino alzato che si lagnano delle piattaforme e sembrano costruiti, immaginati, disegnati dai vecchi. Convinti che infilando il migrante, il cassaintegrato dell’Ilva, il richiamo alla Resistenza, otterranno premi e applausi – oppure, come recita un antico proverbio ministeriale, direzione generale Cinema: “Se la sceneggiatura è brutta, ambientala negli anni Settanta”. Quanta siderale distanza dalla disinvoltura, dal cinema come gioco e piacere e divertimento (e non dramma didattico!) dei due piccoli Orson Welles da cameretta.
Obsession ha visto gli incassi crescere di weekend in weekend. Ora la piattaforma lo rilancia. Da due giorni il mio feed Instagram snocciola parodie, meme, tributi. Per lanciare Backrooms, A24 ha trasmesso un finto spot anni Novanta del negozio di mobili del film, con un numero da contattare via fax – chi lo faceva riceveva un volantino d’epoca, subito sezionato su Reddit – e ha piazzato finte porte in veri angoli anonimi delle città. Per Obsession, Focus ha messo in vendita il One Wish Willow, il giocattolo maledetto del film, esaurito in poche ore, poi ha tappezzato Los Angeles e New York di cartelloni firmati dalla protagonista, numero di telefono incluso. Noi, nello stesso semestre, lanciavamo Le città di pianura. Di cosa parla? Che mondo racconta? Lo sa solo chi l’ha visto. Agli altri il titolo arriva con la solita minaccia incorporata: guardalo perché è un film italiano! I film italiani vanno aiutati! Gli altri invece ti chiedono solo i soldi del biglietto.
Andrea Minuz