Cinema
Nuovo cinema Mancuso •
Terapia di famiglia
La recensione del film di Arnaud Lemort, con Christian Clavière, Cristiana Réali, Claire Chust, Baptiste Lecaplain
4 LUG 26
Sigmund Freud aveva una regola semplice. “Se non hai pagato non sei guarito”. Gli emuli moderni - un po’ per la tendenza ebraica a frequentare la propria sinagoga e a sdegnare quella degli altri, un po’ per l’impraticabilità di un’analisi che prevede almeno varie sedute a settimana, per anni - hanno inventato varianti più o meno ortodosse. Niente divanetto, ormai ci si guarda negli occhi. Terapie brevi o brevissime, la parola magica è comportamentali. Damien è un nevrotico parecchio invadente (una volta c’erano i nevrotici timidi, i tempi son cambiati) e decisamente importuno. Neppure il dottor Béranger, suo terapeuta in carica, lo sopporta più dopo 5 anni. Cerca di liberarsene avviandolo a un’impresa impossibile: trovarsi una fidanzata. Quindi aggiunge, “si trovi una ragazza nevrotica come lei, e risolverà i suoi problemi” - diceva o no Jung che “l’amore è l’incontro tra due nevrosi?” Un anno dopo, il medesimo strizzacervelli, padre di una rampolla che fatica a trovare morosi all’altezza - non si sa se è colpa sua, o del genitore impiccione. dopo dieci minuti di film la situazione risulta chiara allo spettatore - si appresta a ricevere Alice con il fidanzato di turno. Per un supplemento di cura si affida agli oli essenziali, e a certe pietre dalle miracolose qualità (la consorte ne andava pazza) e subito al poveretto viene una fitta al cuore. Si son conosciuti on line, ma papà non lo deve sapere.