Cinema
Nuovo cinema Mancuso •
Toy Story 5
La recensione del film di Andrew Stanton, Le voci italiane sono di Katia Follesa, Gianluca Gazzoli, Federico Basso, Sal da Vinci
Si sta con il fiato sospeso. Ce l’avranno fatta anche questa volta a fare un film sui giocattoli e il loro senso di abbandono a ogni compleanno? Perché arrivavano i giocattoli nuovi, perché l’asilo e la partenza per il college cambiavano bruscamente la vita e i giochi. In “Toy Story 5”, il momentaccio non sono i compleanni, ma un nuovo regalo. Il tablet Lilipad, comprato a Bonnie, 8 anni, perché la aiuti a farsi degli amici. Quando lei immagina un matrimonio per Fork, l’omino fatto con la forchetta di plastica, i disegni si fanno incerti e colorati con i pastelli. Detto e fatto, arriva l’invito al pigiama party, ma non basterà. Non riusciamo a staccare gli occhi dai giocattoli, più riusciti che mai. La cowgirl Jessie ha un cavallo di pezza – Bullseye – che pare proprio di pezza: vediamo sullo schermo la trama del tessuto. Il cowboy Andy arriva dopo un po’, e in cima alla testa comincia a perdere i capelli – gli altri giocattoli, che non mostrano così evidenti segni di invecchiamento, ridacchiano. Buzz Lightyear con il suo minuscolo esercito ha la sua spassosa sottotrama. Andrew Stanton era il regista di “Wall-E”, il robottino spazzino – ed è sempre in gran forma. Deliziosi anche i giocattoli “di mezzo”, non del tutto analogici ma neanche del tutto cibernetici. Smarty Pants, che dovrebbe educare all’uso del vastino. Un macchina fotografica giocattolo, un ippopotamo blu con Gps. Missione compiuta, aspettiamo il numero 6.