Il prigioniero

La recensione del film di Alejandro Amenábar, con Julio Peña Hernandez, Alessandro Borghi, Miguel Rellán

12 GIU 26
Ultimo aggiornamento: 14:44
Miguel de Cervantes prima di “Don Chisciotte” si era cacciato in parecchi guai. Era stato in Italia – per sfuggire a una condanna al taglio della mano destra, più dieci anni di esilio. Aveva vissuto a Roma da cortigiano al servizio del cardinale Giulio Acquaviva d’Aragona. Si era imbarcato come soldato nella Lega Santa che a Lepanto sconfiggerà i turchi. Fu il primo scrittore nella storia della letteratura a essere piratato: la seconda parte di “Don Chisciotte” uscirà dopo che il successo della prima aveva prodotto un seguito scritto da mano altrui. Qui siamo ad Algeri, in una delle tante prigioni del futuro scrittore. Colto ma senza mezzi, con un braccio ferito che lo rende inabile al lavoro, non può sperare che qualcuno lo compri e liberi – il mercato avviene dentro le mura del carcere. Per passare il tempo – rimarrà in prigione 5 anni – racconta storie ai compagni di prigionia, neanche fosse Sheherazade così cercava di salvarsi dalla decapitazione. La curiosità di sapere “come va a finire” coglie anche il governatore di Algeri, Hassan Baja. L’attore è Alessandro Borghi, occhi azzurri sotto il turbante. Lo straniero e le sue storie interessano anche a lui, ognuno subisce il fascino esotico dell’altro, e il regista si spinge a suggerire una liaison erotica. Non sembra lo stesso Alejandro Amenabar che abbiamo conosciuto con “The Others” o “Mare dentro”. “Apri gli occhi” – con Penelope Cruz – era già abbastanza confuso.