Turner: l'accordatore

La recensione del film di Daniel Roher, con Leo Woodall, Dustin Hoffman e Tovah Feldshuh

29 MAG 26
Ultimo aggiornamento: 13:42
Un furgoncino scassato. Un giovanotto e un uomo con i capelli bianchi girano per Manhattan, diretti a casa dei clienti che hanno un pianoforte da accordare. Sono Niki White, il giovane attore londinese Leo Woodall visto in “Norimberga” e soprattutto nella miniserie “Vladimir” di Shari Springer Berman e Robert Pulcini, dove colpiva il cuore e i sensi di Rachel Weisz. E Dustin Hoffman, che racconta a ruota libera questioni di tonni (“non mangio mai quelli grossi”) e di mercurio. Inizio brillante per una storia non sempre allegra. Il giovanotto era un bambino prodigio con l’orecchio assoluto, avviato a una brillante carriera di pianista interrotta dall’iperacusia – condizione che fa diventare intollerabili i rumori forti. Ha sempre i tappi nelle orecchie, e nei casi peggiori le cuffie. Lavora a New York come accordatore di pianoforti, assieme al maestro Dustin Hoffman che lo ha avviato al mestiere. Tanto vanitoso da aver messo un se stesso in plastica sul cruscotto, con altri ninnoli. Ora ha l’apparecchio acustico, oltre a una serie di altre mancanze. Dimentica la combinazione della cassaforte casalinga, a nulla serve provare un’altra serie di ricorrenze – l’ originale era la data del matrimonio. Quindi Niki se la porta a casa, segue le istruzioni su internet, e grazie all’udito prodigioso riesce nell’impresa. Il secondo lavoro tornerà utile nei momenti di difficoltà: i ricchi, se manca qualcosa, incolpano la servitù.