Il delitto del 3° piano

La recensione del film di Rémi Bezançon, con Laetitia Casta, Guillaume Gallienne, Gilles Lellouche

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17 APR 26
Ultimo aggiornamento: 03:54 PM
Pastiche hitchcockiano, se le due parole insieme non suonassero blasfeme. Il maestro britannico che si fece americano è molto al di sopra di qualsiasi imitazione. E dei tentativi di imitazione, come questo “Delitto del 3° piano”. Ma il regista Rémi Besançon non esagera con le pretese – dopo la sconsiderata superbia del progetto. Da “La finestra sul cortile” ricava una commedia domestica e amorosa. Con un suo garbo, i riferimenti e le citazioni al posto giusto. Rimane una coppia – Laetitia Casta e Gilles Lellouche – che spenti i primi ardori e ormai sul pericoloso crinale della noia domestica, guarda dalla finestra l’appartamento di fronte. Finestre a tutta parete, una bionda misteriosa, un marito che sembra avere qualcosa da nascondere, si aggira in maniera furtiva. Il marito della coppia annoiata scrive gialli ambientati nell’Ottocento e vive in pigiama. Lei insegna cinema all’università, massima studiosa di Alfred Hitchcock. Il vicino è uno scrittore e attore di teatro, con una passione per William Shakespeare, e la fortuna di una consorte che possiede un teatro. Litigano, al bar del teatro e poi in casa, sotto gli occhi dei ficcanaso dirimpetto. Si sono appena trasferiti, quindi invitano tutti a teatro per rompere il ghiaccio. Non c’è nulla che veramente non vada, a parte la prevedibilità per chi conosce l’originale, e in generale i film di Hitchcock. Il pastiche è esteso agli altri titoli, c’è anche la doccia di “Psycho”.