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Un anno di scuola
La recensione del film di Laura Samani, con Stella Wendick, Giacomo Covi, Pietro Giustolisi, Samuel Volturno
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11 APR 26
L’impresa è audace. Trasportare un racconto autobiografico di Giani Stuparich, ambientato a Trieste nel 1909 (e pubblicato nel 1929) in un film dei nostri anni. Retrodatato al 2007 perché dei telefoni cellulari bisogna disfarsi, in un modo o nell’altro. Nel 1909 le scuole pubbliche di Trieste – impero austro-ungarico, Stuparich aveva frequentato l’università a Praga – aprirono le porte anche alle ragazze. Si chiamava Edda nel racconto, nel film diventa Frederika detta Fred. Viene dalla Svezia, al seguito del padre chiamato a ridurre il personale di una fabbrica, i dipendenti hanno già organizzato lo sciopero. Studia nell’Istituto Tecnico Industriale Marie Curie, ultimo anno in una classe di soli maschi. La corteggiano in tre. Il secchione della classe Antero, appassionato di letteratura e quindi timido. Mitis che sembra protettivo. Pasini che si presenta come grande seduttore e in cuore soffre per un dolore grande. Fred vuole fare parte del gruppo, che si ritrova in una vecchia tipografia fuori uso – ci sarà ovviamente un rito di passaggio. L’andamento è lento, le citazioni abbondano e culminano nel finale da Nouvelle Vague (inteso come gruppo di registi e anche come film di Richard Linklater, da vedere se ancora non l’avete fatto). Laura Samani, al secondo film dopo “Piccolo corpo” è attenta al pastiche linguistico della sua terra di confine. Compito per il terzo film: accelerare, o almeno variare un po’ il ritmo.
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